Leatherface

Leatherface


Alexandre Bustillo, Julien Maury

Road Movie, Slasher, Thriller | Usa
(2017)
La domanda più frequentemente fatta dalla critica parlando del film in questione pare riguardare la sensatezza di realizzare un prequel per una saga che dura da ben 40 anni e otto film e il cui capostipite ha formato, assieme alle prime pellicole di Carpenter, Romero e Craven, l’immaginario e l’estetica di molto horror (slasher, nello specifico) successivo. Tale quesito accompagna da sempre ogni nuovo capitolo di una qualsiasi serie storica e solitamente riceve una giustificazione sita nel Dio Denaro ma in questo caso, vista la particolare congiuntura storica e produttiva in cui la pellicola è stata realizzata e i nomi coinvolti, andrebbe considerato più di uno stereotipo critico e ne andrebbe cercata una risposta migliore del frequentissimo “episodio forse evitabile ma non inutile”.

Come è facile notare “Leatherface” è il primo film della saga distribuito (ma non prodotto) dopo la morte di Tobe Hooper (e nell’America sciovinista di Trump, altro stereotipo critico) e quello che si allontana maggiormente dalla consuetudini produttive e contenutistiche dei capitoli precedenti, pur tentando di avvicinarsi all’originale (e in tal modo introdurlo) mediante la centralità attribuita al paesaggio e la considerevole crudezza. L’opera quindi punta ad essere una origin story sotto più punti di vista, sia narrativo, con la rappresentazione dello sprofondare nella follia del futuro serial killer, che tematico, focalizzandosi sull’onnipresenza della crudeltà primitiva del Texas rurale e non nel contrasto di questa con i (deboli) rappresentanti della città e della modernità come avveniva in “The Texas Chainsaw Massacre”. In questo contesto si inserisce il paradossalmente quasi elegiaco prologo e il topos dell’istituto psichiatrico, esempi di un immaginario horror precedente la (tarda) modernità in cui quello di Hooper è stato uno dei film introducenti il genere.

Nonostante i presupposti tematici il film in questione non si distingue particolarmente da ogni produzione horror postmoderna, disseminato com’è di citazioni, in primis del prototipo e del cinema d’orrore del quindicennio d’oro che va da “La notte dei morti viventi” (palesemente e divertentemente citato) a “Nightmare”, rivelando così facilmente la sua natura in fin dei conti ludica. D’altronde la superficialità del tentativo di ricostruzione storica e sociale e il compiacimento referenziale fanno il paio con un (prevedibile) apparato estetico totalmente derivativo, caratterizzato da una fotografia calda e terrigna e da un ampio uso della profondità di campo per valorizzare i panorami del Texas (cioè della Bulgaria!), nonché da un reparto audio la cui natura soffocante deriva dal ricorso massiccio a jump scare sonori di ogni tipo (a volte così teneramente gratuiti da far sospettare una volontà ironica dietro quest’abuso) e da una colonna sonora che concede un paio di minuti di silenzio in tutta la pellicola (e il sottoscritto ci tiene a far notare il montaggio sonoro grossolano di un paio di situazioni, confidando si tratti di un problema dell’edizione italiana).

Sarebbe però ingiusto nei confronti del film dei due registi francesi considerarlo come un banale pre/sequel-reboot-remake alla maniera contemporanea, similmente al precedente “Non aprite quella porta 3D” e non valutare i motivi che ne rendono la visione valida, perlomeno per gli amanti del sottogenere. “Leatherface” colpisce innanzitutto per la massiccia presenza di gore e per l’efficacia nella ricostruzione di un’atmosfera degradata e cupa, rappresentata tanto dai giovani e folli freak protagonisti quanto dalle oppressive autorità mediche, sia dalla famiglia Sawyer che dalle forze dell’ordine, corrotte quando non fanatiche. Questi elementi, ormai molto rari nell’horror mainstream statunitense, sono chiaramente il principale contributo degli autori di “A l’intérieur”, insieme ad una tendenza alla manipolazione spettatoriale tutt’altro che banale e che concede sicuramente qualche colpo di scena allo spettatore non particolarmente smaliziato.

Fin dal loro esordio del 2007 Bustillo e Maury sono stati attraversatori di mitologie e immaginari alla ricerca delle radici dell’orrore e della paura, trovandoli ora nelle tragedie della quotidianità, ora nel fiabesco e dei suoi archetipi narrativi, non mancando un’immissione nel più rilevante sottogenere dell’horror moderno, il succitato slasher. Uno dei problemi di “Leatherface” sta proprio nella scarsa profondità con cui il duo registico si approccia alla creazione di Hooper, dopo averla già omaggiata col poco noto “Aux yeux des vivants” (2014), in cui la riflessione sul genere era rafforzata dal pur non così rilevante elemento metacinematografico. L’ultimo film invece si adagia sulla convenzionalità stilistica del mainstream USA (ben lontana però dalla totale resa all’industria del conterraneo Aja) e non risulta capace di dare spessore né alla ricostruzione di un background sociologico per una delle figure più note dell’immaginario horror né ad una possibile riflessione sul sottogenere, dimostrando l’incompiutezza di una pur interessante e a tratti valida pellicola. Il confronto coi due “Halloween” di Rob Zombie cui molti si sono sprecati dimostra solo l’abissale differenza tra i due lavori, nonché forse l’impossibilità di dire, per ora, qualcosa di rilevante sullo slasher e con lo slasher mediante gore e brutalità che non sia stato detto nei due dittici dedicati dal cantante-regista a esso.

17/09/2017

Cast e credits

Distribuzione
M2 Pictures
Durata
90'
Produzione
Campbell Grobman Films, Mainline Pictures, Millennium Films
Sceneggiatura
Seth M. Sherwood
Fotografia
Antoine Sanier
Scenografie
Alain Bainee
Montaggio
Sebastien De Sainte Croixe, Josh Ethier
Musiche
John Frizzell
Costumi
Ina Damionova

Trama

Poco dopo l'inizio del suo lavoro in un ospedale psichiatrico una giovane infermiera viene rapita, assieme ad altri due degenti, da una coppia di giovani fuggiti dall'instituto dopo una rivolta e diretti in Messico. Braccati da uno spietato poliziotto, specializzato nella cattura di giovani degeneri, e sempre più divisi e ostili fra loro finiranno in una spirale di follia e brutalità da cui uno di loro uscirà per sempre trasformato.
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