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5.0/10

[La recensione contiene SPOILER]

 

Harper si trasferisce nella campagna inglese per sfuggire alla fine del suo matrimonio, culminata con le percosse e con il suicidio dell’ex marito, prima minacciato e poi effettivamente realizzato, nonostante il film non specifichi se intenzionale o accidentale. Nella deliziosa villa agreste, la protagonista scivola pian piano in un limbo onirico, popolato da strani personaggi destinati a diventare via via mostri sempre più pericolosi e che nel finale si rivelano essere proiezioni mentali o incarnazioni del marito ormai trapassato. Come è possibile intuire da queste poche righe riassuntive, la trama è, oltre che molto minimale, anche assai banale e sfilacciata dato che lascia molti snodi narrativi senza spiegazione. Ad esempio: di che natura è il suicidio del marito? L’apparizione finale di quest’ultimo definisce i fatti precedenti come un sogno o l’intero lungometraggio si colloca nel regno del paranormale? Il racconto, inoltre, è strutturato secondo il classico canovaccio del genere horror a cui il film appartiene: osserviamo inizialmente la protagonista che passeggia amabilmente nella verdeggiante campagna inglese, per poi assistere alla progressiva manifestazione del terrore culminante nel finale, in cui ogni personaggio che Harper ha incontrato in precedenza tenta, chi più chi meno, di aggredirla e di farla propria in modo violento. Si tratta dunque di un climax ascendente strutturato sulla trasformazione di un ambiente apparentemente sereno in un inferno. La conclusione, infine, cozza prepotentemente con questo andamento narrativo, essendo composto da inquadrature estremamente lente: per una buona mezz’ora, qualsiasi accadimento, anche minimale come osservare la protagonista che si siede, viene dilatato in modo esasperato ed eccessivo, portando lo spettatore a sospettare che Garland non sia stato in grado di ideare niente di meglio per concludere il film.

Anche la regia condivide gli stessi crismi della sceneggiatura: oltre alla scelta di ricorrere principalmente a campi lunghi (per collocare Harper all’interno della campagna inglese) e medi (frequenti soprattutto nella seconda parte del film, finalizzati a inserirla nel contesto domestico), è in particolare la fotografia che lascia a desiderare, essendo caratterizzata da colori eccessivamente luminosi e brillanti, irreali nel contesto geografico in cui è ambientata la vicenda e, francamente, molto fastidiosi. Questa scelta è presente soprattutto nella prima metà del lungometraggio ed è destinata a scemare via via che la trama procede, forse per rendere più netto il contrasto con la notte e l’orrore che in questa si colloca, in modo da evidenziare maggiormente l’elemento soprannaturale e macabro.

L’appartenenza di “Men” all’horror avviene in modo pedissequo, riprendendo alla lettera diversi cliché del genere di riferimento. L’ambientazione in un’abitazione sperduta nella campagna, a cui segue l’isolamento dal resto del mondo e la conseguente esposizione al pericolo dell’ignoto, accomuna questo lungometraggio a classici come “Shining” e “La casa”. Infatti, i «boschi di alti alberi centenari, i cui rami, spessi e sovrapposti all’infinito, ci tolgono la vista del cielo e la luce del sole; [in cui] la potenza della natura infonde in noi una profonda irrequietezza, che si prolunga anche una volta lontani dalla sua presenza fisica» [1]. Ovvero una volta rifugiatisi in casa, il cui perimetro finalizzato a separare la protagonista dal mondo esterno viene pian piano violato da diversi personaggi a lungo andare sempre più orrorifici, rendendola non più un rifugio sicuro quanto un’abitazione infestata, abitata da una mostruosità la cui caratteristica principale è «la sua vicinanza soffocante, per la sua irruzione dall’interno dell’individuo o dell’abitazione, o per essere parte o creazione di chi ne soffre o ne ha timore» [2]. La collocazione della vicenda in case maledette o corrotte da presenze soprannaturali, inoltre, è diventata un classico nel decennio appena trascorso, dato che «negli anni Dieci, l’horror […] torna a rivolgersi alla dimensione domestica, in case infestate da ogni sorta di presenze» [3].

L’elemento orrorifico e soprannaturale (il mostruoso) è inoltre sottolineato dall’oscurità che, come specificato poco sopra, diventa l’elemento dominante del lungometraggio anche grazie al contrasto con la parte iniziale. Il buio totale si manifesta diverse volte nello scontro finale tra Herper e i suoi assalitori, che riescono sovente a produrre una completa assenza di luce, tanto che diverse volte sembra di vedere la protagonista galleggiare in mezzo alle tenebre, priva di punti di riferimento né ombre che modellino lo spazio. Anche in questo caso siamo di fronte a un cliché vecchio quanto il genere di riferimento: «l’oscurità mostra chiaramente la paura di un mondo che improvvisamente è cambiato: “noi” non abbiamo più il controllo, perché “loro” (vampiri, zombie, psicopatici, demoni) hanno distrutto il nostro rapporto con il quotidiano, con la routine, con il reale, hanno cancellato il nostro vincolo iconografico e testuale con la vita e l’hanno sostituito con la paura, la violenza, il caos» [4]. Non solo l’oscurità contribuisce a delineare l’atmosfera orrorifica del lungometraggio, ma in questo viene supportata anche dalla presenza di diversi elementi simbolici e mitici disseminati lungo il film, come, ad esempio, il tunnel in cui Harper passeggia e da cui ha inizio la lenta discesa verso il male e il terrore; oppure la mela, che la protagonista coglie dall’albero del giardino della casa la prima volta che ci mette piede. D’altra parte, il genere horror è l’ambito mediale in cui si manifesta un «paradossale pensiero dell’impensabile: ciò che in altri tempi sarebbe stato descritto mediante un linguaggio mistico, ermetico o teologico, nella nostra epoca si svolge in termini soprannaturali» [5].

Ex Machina” terminava con la liberazione di un robot dalle fattezze femminili autosufficiente e superiore al genere umano, mentre in “Annientamento” la protagonista è l’unica partecipante alla spedizione che riesce a riemergere dall’Area X, per di più geneticamente modificata così da accedere ad uno stadio ulteriore dell’evoluzione (in modo da diventare, anche in questo caso, superiore al resto dell’umanità). Infine, la vera protagonista della serie “Devs” è Lily Chan, la fidanzata di Sergei che, a sua insaputa, è in realtà una spia. La poetica autoriale di Garland si concretizza quindi in un universo popolato da donne infinitamente superiori e da uomini incapaci di reggere il passo, oltre a ed essere violenti, manipolatori e doppiogiochisti, nell’estremo tentativo di mantenere un’identità maschile che in realtà è profondamente vacillante. È soprattutto quest’ultimo aspetto, la crisi del mascolino e il suo regresso in una dimensione violenta e finalizzato alla sopraffazione ad ogni costo, su cui si incentra l’ultimo film di Garland, tanto da farne riferimento sin dal titolo. I personaggi che Harper incontra e che tentano di assalirla nel finale sono in realtà la stessa presenza soprannaturale che muta continuamente forma trasformandosi via via in ognuno degli assalitori della protagonista [6], come a voler sottolineare che la radice prima della mascolinità (secondo Garland, la violenza e il tentativo di sopraffazione e di dominio del femminino) è comune alle varie manifestazioni specifiche in cui questa si manifesta, cioè ogni uomo esistente, indipendentemente da distinzioni etniche o provenienza geografica.

Concludendo, come la trama, la regia e la fotografia, anche il tema sottostante al film è dispiegato in modo banale. È un peccato: l’intera filmografia del regista si basa su questo presupposto latente ed è quindi deludente che un argomento tanto importante (sia per l’odierna società occidentale che per l’intera poetica di Garland) sia stato  dispiegato in modo così approssimativo. Resta solo da sperare che il regista raccolga le forze e ci regali un nuovo capolavoro, come ha saputo fare in precedenza, in grado di approfondire un tema tanto importante nel modo più adatto e, soprattutto, all’altezza dei suoi risultati passati.

 

[1] Navarro A. J., L’impero del terrore. Il cinema horror statunitense post 11 settembre, Bietti Heterotopia, Milano, 2019, p. 93.

[2] Ivi, p. 35.

[3] Santoli S., Fabbrica di sogni, deposito di incubi. Dieci anni di cinema U.S.A., 2010-2019, Mimesis, Milano – Udine, 2021, p. 126.

[4] Navarro A. J., L’impero del terrore, cit., p. 59.

[5] Ivi, p. 46.

[6] È interessante notare il fatto che un attore, Rory Kinnear, interpreti ognuno dei personaggi che Harper incontra in campagna.


11/08/2022

Cast e credits

cast:
Jessie Buckley, Rory Kinnear


regia:
Alex Garland


distribuzione:
Vértice 360


durata:
100'


produzione:
A24, DNA Films


sceneggiatura:
Alex Garland


fotografia:
Rob Hardy


scenografie:
Mark Digby


montaggio:
Jake Roberts


costumi:
Lisa Duncan


musiche:
Ben Salisbury, Geoff Barrow


Trama
Harper si trasferisce nella campagna inglese dopo un grave lutto familiare... sarà l'inizio di un incubo sempre più terrorizzante.