Ondacinema

recensione di Linda Capecci
7.5/10

Presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia di quest'anno, "Pearl" è il prequel di "X: A Sexy Horror Story", diretto da Ti West e, stavolta, co-scritto con la star dei film, Mia Goth. Se il precedente capitolo, uscito solo quattro mesi prima, si affermava come un divertito omaggio agli horror anni 70 di Tobe Hooper o John Carpenter, mentre di fondo si celebrava il cinema di serie B e indipendente al grido di "It is possible to make a good dirty movie", stavolta il regista vuole celebrare l'età dell'oro di Hollywood e lo dichiara già dalla prima inquadratura, che, in una carrellata frontale, ci spalanca le porte sulla vita di Pearl, sulla sua casa.

L'immagine della fattoria ci riporta inevitabilmente a "X", dove l'abbiamo vista, per la prima volta, incorniciata da un 16 mm graffiato e traballante. In "Pearl" i parametri estetici sono agli antipodi, in un incipit che richiama a gran voce "Sentieri selvaggi", mentre i colori saturi della fotografia in Technicolor di Eliot Rockett ci regalano un cielo dalle tinte disneyane e la colonna sonora orchestrale firmata da Tyler Bates e Timothy Williams evoca i melodrammi di Douglas Sirk.

Mia Goth riprende il ruolo della "villain" Pearl, ma questa volta veniamo trasportati indietro nel tempo, al 1918, quando è ancora una giovane donna. Figlia di immigrati tedeschi, è sposata, ma suo marito Howard è in Europa, in trincea, impegnato nella Prima Guerra mondiale che sta per concludersi. Lei è rimasta "in trappola", in Texas, nella fattoria di famiglia. La madre, fredda e austera (Tandi Wright), la costringe a prendersi cura del padre infermo (Matthew Sunderland), a lavarlo e imboccarlo. Molte sequenze in questo senso ricordano il rape and revenge "Axe", che il primo capitolo del franchise "X" richiamava espressamente già a partire dal gioco di parole del titolo, oltre all'esplicito rimando alle classificazioni x-rating.

Ad ogni modo Pearl è stanca, esasperata, isolata. Il tema dell'isolamento è vagamente trattato anche attraverso il frame narrativo dell'epidemia di influenza spagnola, con inevitabili rimandi al covid, e sottolineato dall'uso delle maschere mediche quado si reca in città. Un espediente trascurabile: il fatto che Pearl sia spaventosamente isolata si capisce all'istante, non appena la vediamo confidarsi allegramente con gli animali nel fienile, a cui regala baci, abbracci e occasionalmente colpi di forcone.

Pearl sogna di entrare nel mondo del cinema come ballerina e quando è sola indossa i vestiti della madre e si osserva allo specchio, studia il suo corpo e il suo sorriso: immagina di esibirsi, di essere applaudita e amata dal pubblico. Per il momento però, i suoi unici spettatori sono proprio gli animali della fattoria, tra cui la mucca Charlie. Anche all'alligatore del laghetto vicino casa ha dato un nome, si chiama "Theda", in onore della prima vamp Theda Bara, e qualcosa ci dice che è proprio lei la sua preferita.

Pearl sfrutta l'occasione di recarsi in città, sotto disposizioni della madre, per andare al cinema, guarda caso in cartellone c’è proprio "Cleopatra", ma lei sceglie di guardare "Palace Follies", un omaggio al Music-Hall, il mondo perfettamente simmetrico e così distante dalla realtà in cui sogna di entrare un giorno. Uscita dalla sala si imbatte nel proiezionista Johnny. Pearl gli confida il suo sogno, lui la lusinga e la invita a una seconda proiezione, ma lei rifiuta: deve tornare a casa dai propri genitori, ma presto lo andrà a trovare. Di ritorno in bicicletta, nella sua salopette azzurra, e tra i campi di grano, ricorda sempre più Judy Garland nei panni di Dorothy, soprattutto quando si imbatte in uno spaventapasseri. Tra gli incontri di Pearl lungo la strada di mattoni gialli, anche quello con la bionda e benestante cognata Mitsy (Emma Jenkins-Purro), che le suggerisce di partecipare a un'audizione per una compagnia di ballo che si terrà in città. Pearl non può mancare, è l'occasione giusta per sfondare e diventare finalmente una star. Nessuno può ostacolarla, né la madre, né il padre né il marito che l'ha abbandonata. Nessuno. Per l'occasione indosserà un vestito rosso alla Rossella O'Hara.

"Pearl" è un prequel che non si limita ad aggiungere tessuto connettivo al precedente capitolo o allo sviluppo della deriva psicotica della villain. Se infatti il divertito citazionismo postmoderno di "X", sotto la superficie nascondeva intuizioni profonde che indagavano il rapporto e le correlazioni tra horror e porno, "Pearl" porta ancora avanti l'operazione metalinguistica e lo fa parallelamente sul piano estetico e su quello della costruzione dell'antieroina protagonista, che inevitabilmente finisce per arricchire anche la final girl di "X" Maxine, che avremo modo di conoscere ancora meglio nel terzo capitolo del franchise, di prossima uscita.

Una cosa è certa, e sottolineata con immediatezza dalle scelte di cast: Pearl e Maxine, entrambe interpretate da Mia Goth sono molto simili: indossano salopette, hanno un marcato accento del sud, ritengono di avere l'x factor, di essere speciali, di meritare di più. Sognano di diventare delle stelle, ma prima di ogni altra cosa vogliono essere guardate. Pearl sogna di uscire dal buio della sua camera per apparire in un mondo frivolo ed etereo, fatto di trucchi e illusioni, per essere ammirata e realizzarsi finalmente come oggetto del desiderio. Maxine sceglie invece la corporeità del cinema hard, quanto di più distante dalle confezione patinata della vecchia Hollywood, l'unica magia in grado di illuminare il volto di Pearl. Si sta facendo strada in un mercato, quello del porno, che gioca sì, con la fantasia ma ricerca una reazione fisica immediata. Si mette in mostra e si espone così com’è: con le sue imperfezioni e il suo sudore, si sente appagata dallo sguardo dell'altro nell'esporre la sua realtà più intima e primordiale. A Pearl invece la realtà non piace: lo dice quando finalmente riesce a distogliere lo sguardo dal pionieristico hard "Free ride"(1915), durante il suo secondo incontro con il proiezionista.

La protagonista cerca per quanto possa, non riuscendoci, di evadere dalla propria vita e di reprimere le proprie pulsioni: vuole essere oggetto ammirato e amato, lei che sente le cose molto profondamente, ne ha bisogno. Ma anche le follies, sono una trasgressione irraggiungibile per Pearl: prigioniera della propria famiglia, e del lavoro di cura, costretta dalle convenzioni sociali. Non desiderava la maternità, tanto meno vivere in una fattoria: in lei c’è qualcosa che non va, e ha paura che anche gli altri riescano a vederlo. Lo dice chiaramente nello straziante monologo finale interpretato con estrema intensità da Mia Goth.

Pearl si sente senza via d'uscita: decide di prendere alla lettera il consiglio della madre e capisce di dover trarre il meglio da ciò che ha. E' qui, nella repressione del desiderio di Pearl, che il Technicolor prende ancor più il sopravvento, facendo luce su un orrore sanguinario che sembra surreale, mentre il montaggio in split screen, nell'unica vera e propria parentesi gore del film, rende ancora una volta omaggio agli 70.

Il lavoro di Ti West, prodotto A24 che ancora una volta sceglie di indugiare sulla provincia e su una campagna che fa paura anche di giorno, si articola con spontaneità e passione, in un gioco metalinguistico stratificato che finisce per decostruire e sovvertire i generi e schernire il concetto di american dream.

L'epilogo riprende chiaramente il "There's no place like home" de "Il Mago di Oz". Pearl ha messo in ordine la fattoria e preparato una cena di famiglia, per poi accogliere il marito Howard di rientro dalla trincea. Quando lui varca la porta di casa lei è lì, come una perfetta mogliettina all-american ad attenderlo con un sorriso forzato stampato sul viso che si protrarrà lungo tutti i titoli di coda, fino alla dissacrante chiusura a iride.


25/12/2022

Cast e credits

cast:
Mia Goth, David Corenswet, Tandi Wright, Matthew Sunderland, Emma Jenkins-Purro


regia:
Ti West


titolo originale:
Pearl


distribuzione:
A24


durata:
102'


produzione:
A24


sceneggiatura:
Ti West, Mia Goth


fotografia:
Eliot Rockett


scenografie:
Ben Milsom


montaggio:
Ti West


costumi:
Malgosia Turzanska


musiche:
Tyler Bates, Timothy Williams


Trama
Mia Goth riprende il ruolo di Pearl ma questa volta veniamo trasportati indietro nel tempo, al 1918, quando è ancora una giovane donna, figlia di immigrati tedeschi e sposata ma con il marito assente e impegnato sul fronte bellico in Europa. Costretta ad accudire il padre infermo e soggiogata da una madre dispotica, la giovane è isolata dal mondo nella fattoria di famiglia nel Texas e sogna di diventare una star del cinema. Cercherà di seguire il suo sogno ad ogni costo.


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