Sentieri selvaggi

Sentieri selvaggi


John Ford

Western | Usa
(1956)

Il mio nome è John Ford. Faccio western.

Così, controvoglia, uno dei più grandi personaggi della storia del cinema prende la parola durante una tristemente nota riunione hollywoodiana che avrebbe deliberato la messa all’indice di registi e sceneggiatori americani (o esuli, come Bertolt Brecht) in odore di comunismo e anti-americanismo. Sono gli anni del senatore Joseph McCarthy e a John Ford, uomo di scarse doti diplomatiche, preme dire che hanno abbondantemente superato la strada del ridicolo.

Texas, 1868. La guerra civile è finita da tre anni e lo “zio” Ethan Edwards (uno scatenato John Wayne) torna dalla sua famiglia, sconfitto in guerra dagli odiati Yankees ma leale servitore della neonata Confederazione al cui timone c’è un guerriero come lui, il mitico generale Ulysses Grant già comandante generale dell’esercito nordista.

Quella di Ethan è una famiglia sui generis: il fratello Aaron, la cognata Martha, le due figlie Lucy e Debbie e il figlio adottivo Martin Pawley (Jeffrey Hunter), un mezzosangue americano (o indiano, come preferite).

L’homecoming è sempre stato un momento topico del cinema di Ford e uno dei suoi capolavori, “Un uomo tranquillo” (1952), ne era il soggetto; in “Sentieri selvaggi”, invece, la sceneggiatura usa la tecnica dello stop and go: l’ellissi della guerra civile la vedremo in tutta la sua crudezza attraverso il conflitto privato di Ethan con i Comanci.

I “selvaggi” radono al suolo la fattoria del fratello, trucidano la famiglia e una figura mostruosa, alto non meno di tre metri, si porta via l’indifesa Debbie che sembra anche più piccola della smilza bambolina che si stringe al petto. Ci vorranno sei anni per arrivare a una sorta di lieto fine.

John Ford è regista di esterni, spazi sconfinati, cieli immensi, cavalli lanciati a galoppo e storie raccontate con una chiarezza e una maestria dell’uso delle ellissi che non ha eguali nella storia del cinema. Neanche Alfred Hitchcok e Billy Wilder reggono il confronto. Forse Howard Hawks.

D’altra parte me lo diceva sempre il mio vecchio professore: “Ci sono solo Griffith e Ford sul piano narrativo; sul piano artistico, Ejsenstejn e Godard. Tutti gli altri si arrabattono.”. E l’ellissi è per davvero un caso da studiare in “Sentieri selvaggi”: Ethan nei tre anni di “inattività bellica” ha sicuramente prestato servizio alla rivolta anti-francese in Messico (lo si intuisce da una medaglia orgogliosamente appuntata al petto); soprattutto però, l’indugio della cinepresa sul gioco di sguardi tra lui, la cognata e il fratello mettono in luce un intero romanzo d’amore: Ethan è il loner, il cavaliere solitario, l’affascinante guerriero che la cognata ha per certo amato silenziosamente finché si è rassegnata e si è consolata con l’insipido fratello (uno scipito Walter Coy). L’indizio, la traccia, la metonimia, l’orma, il fossile di un sentimento… raccontano più di una storia strutturata e dispensano una formidabile ricompensa allo spettatore che inferisce i fatti da questi piccoli dettagli.

Per contro, a John Ford l’ellissi è spesso stata rimproverata, quella sul sesso e sulla morte soprattutto, poiché i suoi film davano l’idea di personaggi-mummie, sprovviste di sangue, sperma e persino di sudore. Sono poi arrivati i Sergio Leone e i Sam Peckinpah a indugiare sulle mosche che si abbeverano direttamente dalla fronte grondante di Gian Maria Volonté e William Holden.

Ethan è come i personaggi di Paperopoli: è zio ma non figlio né padre. Un retaggio puritano con il quale il pudore di un immigrato irlandese è andato a nozze (ma senza consumare, altrimenti siamo punto daccapo).

Davanti a lui tutti sbiadiscono, anzi meglio: si ricalibrano in quegli interpreti di cui si sente spesso la mancanza ai nostri giorni, diventano caratteristi fin quasi il limite della macchietta: Natalie Wood (che interpreta Debbia da adulta) è fragile ma fiduciosa.

Martin Pawley è coraggioso e maldestro e le scene più divertenti del film riguardano il suo “problematico” rapporto con le donne, prima l’esilarante prima notte di nozze con l’indiana buzzicozza, la signorina Anitra Selvaggia, e poi la gara di spintoni con la rossa Laurie (Vera Miles) al limite del burlesque, quasi a “torte in faccia”. È sempre lui, il simpatico testone, a strapparci una risata con la sua lettera-fiume, l’unica lettera che indirizza alla sua amata in cinque anni, una cronaca che John Ford utilizza magistralmente con la tecnica della voce narrante, che parte così: “Carra Laurie…”, con due “erre” perché come dice la madre nel tentativo di consolarla: “È più espressivo”.

Diverte e ci ispira simpatia Ben Ward, nel suo doppio ruolo di comandante militare/reverendo Clayton. Le due funzioni, apparentemente antitetiche, ci ricordano che il protestantesimo americano è aggressivo, vendicativo, violento come l’Antico Testamento e immemore degli insegnamenti del Vangelo e di Gesù Cristo. Ci ricorda Alex De Large di “Arancia meccanica” (Stanley Kubrick, 1972). 

I personaggi quindi sono vere e proprie entità astratte che mettono in scena i concetti di religione, guerra, comicità, amore, vendetta… che è forse il miglior complimento che si possa fare a un narratore. Senza dimenticare il ballo, una quadriglia lanciata da Clayton nella funzione di pastore così come in “Sfida infernale” (1946) sempre il pastore aveva dato il via alla iper-legnosa polka di Henry Fonda.

“Sentieri selvaggi” è un film fondamentale, sicuramente meno godibile di “Sfida infernale”, meno intrecciato di “Ombre rosse” ma testo formidabile per capire qualcosa dell’America e degli americani.

Lo dicono gli stessi americani, di una delle quali, Susan Faludi, voglio riportare le impressioni. Susan è una giornalista e scrittrice femminista che ha citato spesso la vicenda di Ethan Edwards nel suo saggio “Il sesso del terrore” (traduzione italiana ISBN Edizioni, 2008). intanto, “Sentieri selvaggi” nasce dall’omonimo (“The Searchers”) romanzo di Alan Le May che a sua volta aveva adattato una storia realmente accaduta, in Texas, nel 1836.

La piccola Cynthia Ann Parker (9 anni) fu rapita dai Comanci. Solo nel 1860 fu “liberata”.

Scrivo “liberata” perché lei non ne aveva nessuna voglia e avrebbe preferito starsene con il suo marito indiano e i due figli che ne ebbe. Morì quattro anni dopo, sola, disprezzata, messa all’indice e sempre pronta a scappare. questa storia ritorna periodicamente nell’immaginario americano, è una sorta di “monomito” che alimenta la leggenda dei loner, gli eroi che soccorrono e salvano le giovani donne bianche, spesso belle, sempre indifese. Il loner, solitario, senza affetti, castigatore della “bestialità” sessuale indiana, negra e, ultimamente, musulmana.

Tra mito e verità, evidentemente, c’è una bella scollatura. È proprio in questo contesto che il saggio di Susan Faludi fa notare il ritorno del mito “Ethan Edwards”.

La scrittrice parte dalla storia del soldatino Jessica Lynch, una G.I. di 19 anni, catturata dai guerriglieri irakeni nell’aprile 2003. Intorno al suo dramma si accese la commozione di tutto il mondo, in ansia per la sua sorte e la sua “virtù”.

In realtà fu prelevata già svenuta e liberata senza un graffio poco dopo. Fa notare, Susan Faludi, che la storia di Jessica (che ricalca quella di Debbie) è una ossessione tipicamente americana: “difendere la propria sicurezza”, insidiata da nazisti, comunisti, musi gialli, negri, islamici.

E John Wayne (dopotutto non è il regista/attore di “Berretti verdi”, 1968?) è l’emblema stesso di questa virilità. “Sentieri selvaggi” ritorna, ciclicamente.

Nello shock post-Vietnam divenne il cult movie della Nuova Hollywood: ha ispirato George Lucas (“Guerre stellari”, 1977), Martin Scorsese (“Taxi Driver“, 1976), John Milius l’ha visto 60 volte e l’ha omaggiato con “Dillinger” (1973); Paul Schrader l’ha ambientato nell’industria pornografica (“Hardcore”, 1978) e si dice che Spielberg ne abbia girato un remake adolescenziale con tanto di Monumet Valley di cartapesta sullo sfondo.

Oggi ritorna in un altro momento di grossa crisi d’identità americana.

Subito dopo l’11 settembre, il regista Chuck Workman realizza “The Spirit of America”, un film di montaggio, usando scene famose in cui gli eroi fanno giustizia. La prima e l’ultima sequenza sono state prelevate direttamente dal film di John Ford e proprio l’ultima è particolarmente significativa: John Wayne, il soccorritore, il loner (non il toner!), assassino a sangue freddo di quegli indiani che odia visceralmente, è incorniciato di spalle alla porta di casa e se ne parte via, zoppicante e loner, dopo aver portato a termine la sua missione, dopo che il focolare ha riacquistato il suo angelo.

Insomma, un film paradigmatico che il tranquillo John Ford mise in scena senza tanti pensieri e dietrologie. A lui interessava solo il gran finale, quello vero, non Ethan che se ne va zoppicante.

Il protagonista è sempre lui, John Wayne: Ethan Edwards rinfodera il fucile con cui avrebbe “dovuto” uccidere la nipote, corrotta dagli indiani, la prende in braccio dandosi lo slancio con le sue possenti spalle e le dice: “Andiamo a casa, Debbie”.

10/11/2009

Cast e credits

Titolo Originale
The Searchers
Distribuzione
Warner Bros
Durata
111'
Produzione
C.V.Whitney Pictures - Warner Bros
Sceneggiatura
Alan Le May – Frank S. Nugent
Fotografia
Winton C.Hoch
Scenografie
Victor Gangelin
Montaggio
Jack Murray
Musiche
Max Steiner
Costumi
Charles Arrico

Trama

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