Honey Boy

Honey Boy


Alma Harel

Dramma | Usa
(2018)

honey boy

C’è un fascino perverso e malinconico nella carriera cinematografica dei bambini e dei ragazzi a Hollywood, o più in generale nelle loro traversie nel il mercato dell’immagine. David Cronenberg lo ha inscenato nello spietato connubio di satira e orrore in “Maps to the Stars” (un giovanissimo attore soffocato da un adulto livoroso) mentre all’opposto si colloca “The Neon Demon” con la sua fiaba nera, intenzionalmente barocca e incrinata dell’estetica del lusso, della bellezza.

Il dodicenne Otis Lort s’imbatte nello stesso meccanismo perverso di celebrità e controllo del successo: il padre James, con modi coercitivi e dominanti, si assicura che il figlio insegua il suo stesso sogno di attore comico, smarritosi tra la dipendenza da alcol e droga, episodi di violenza e l’esperienza nell’esercito americano.

“Honey Boy”, diretto dall’esordiente Alma Har’el, si basa sull’adolescenza dell’attore Shia LaBeouf che scrive una pubblica retrospettiva sugli episodi privati che hanno caratterizzato i primi successi della sua carriera: il ragazzino Otis lanciatissimo nelle produzioni audiovisive per ragazzi è l’esposizione della parentesi nel Disney management dell’attore di Los Angeles, esperienza il cui montaggio parallelo iniziale suggerisce essere un circo degli effetti speciali tanto quanto le parentesi blockbuster dei primi successi al botteghino.

La sceneggiatura tuttavia scansa l’aspetto lavorativo di LaBeouf, accennando alla serie per bambini “Even Stevens”, per osservare gli angoli soffocanti e deprimenti del motel in cui il confronto padre-figlio segue le tappe di deformazione e riformazione delle parti: James è padre invidioso, padrone del destino di un figlio che ne foraggia le liquidità e l’ego; Otis è figlio cui si rimprovera la sua natura bambina, diviso tra il nuovo surrogato paterno e una madre lontana rimpiazzata dall’amore/desiderio di una ragazza del motel.

Esposizione totale e disvelata del dolore, “Honey Boy” è confezionato come il più classico dei film indipendenti basato sulla storia vera. Rischia infatti la prigionia nel melodramma privato schematizzato nelle strutture e nell’estetica tipiche dell’indie americano. Appare un controsenso che una storia tanto personale si mostri in un fare programmatico e meccanico, studiato a tavolino per favorire e ammansire la visione dello spettatore, non diviene mai il torbido contraltare di una sofferenza generazionale (“Mid90s“), sociale (“Boy Erased“) né tanto meno emozionale (“Manchester By the Sea“) ma la sua banale esposizione, anche laddove in sottrazione (la figura materna si riduce a voce telefonica).

Alma Har’el dirige con la cura e l’attenzione di un’esordiente un confronto che si satura nella rappresentazione comune e schematica, appagata dal mettere in mostra il conflitto in una cornice ad-hoc, senza scarti o emancipazioni dal melodramma. La fotografia calda del 1992 contrapposta a quella fredda del presente, le sezioni oniriche e il frequente montaggio parallelo sono al servizio di un risultato placido e sufficiente, sicuramente notevole per essere la prima prova al lungo, ma troppo accomunabile a tante altre cifre stilistiche già proposte dal panorama statunitense.

Il vestimento di Shia LaBeouf nei panni del padre, implicito riconoscimento della somiglianza  alla figura paterna con tutte le sue conseguenze collaterali, appare audace se visto come volontà attoriale di esaltare all’esasperazione la mai avvenuta elaborazione dell’odi et amo nei confronti del padre. Ma “Honey Boy” rischia di farsi oggetto d’analisi e assolvimento di fantasmi personali in un progettino filmico per tutti, non proponendo alcuna visione personalistica che nasca da un impeto autoriale attraverso il linguaggio cinematografico quanto piuttosto incasellandosi perfettamente nei correnti fini commerciali dell’attore.

09/06/2020

Cast e credits

Titolo Originale
Honey Boy
Distribuzione
Adler Entertainment
Durata
94'
Produzione
Automatik, Delirio Films, Stay Gold Features
Sceneggiatura
Shia LaBeouf
Fotografia
Natasha Braier
Montaggio
Dominic LaPerriere, Monica Salazar
Musiche
Alex Somers

Trama

Mentre dodicenne Lucas Ortis sta diventando una star di successo a Hollywood, è il problematico padre a occuparsi con eccessi e abusi della sua crescita.
Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli

Serpenti
Serpenti

Con "Serpenti", presentato alla Mostra del cinema di Venezia, Roberto De Paolis Maino si confronta con il grottesco e la commedia nera per raccontare una storia che affonda nelle contraddizioni della società italiana. Al centro, un uomo e un commissariato romano diventano gli elementi di un paradosso kafkiano, tra burocrazia, assurdità e violenza di genere

The Invite – Il piacere è tutto nostro
The Invite – Il piacere è tutto nostro

Olivia Wilde costruisce un divertente dramma da camera sulle contraddizioni della coppia contemporanea, affidandosi a un cast perfettamente assortito. The Invite intrattiene e incuriosisce, ma rinuncia alle implicazioni più radicali delle proprie premesse

Silent Friend
Silent Friend

Un albero osserva le tre storie parallele che si svolgono in epoche diverse nella stessa università in Germania: un professore bloccato dal lockdown, la prima studentessa donna a biologia, un progetto per parlare con le piante negli anni '70

Let Us Through, Dear Ancestors
Let Us Through, Dear Ancestors

VENEZIA 83 - Lav Diaz ritorna alla Mostra del cinema, pur fuori concorso, con "Makikiraan Po", pellicola che espande la riflessione del regista sul passato delle Filippine, andando fino alle origini coloniali, così come quella sulla forma stessa del suo cinema in evoluzione

Un détour par Diane
Un détour par Diane

VENEZIA 83 - Premiato meritatamente come miglior film di Orizzonti, il film di Anne Sirot e Raphaël Balboni esplora con grande senso dell'umorismo il trauma della violenza di genere attraverso le generazioni, grazie a una protagonista senza freni e uno spirito libero

NAZA
NAZA

VENEZIA 83 - Premio speciale della Giuria alla kermesse veneziana, "NAZA" di Yuval Abraham e Rachel Szor è la dissezione minuziosa del funzionamento della macchina di controllo e sterminio israeliana, un documentario tanto rigoroso nella forma quanto travolgente nel contenuto

DAU
DAU

VENEZIA 83 - Uno dei film più ambiziosi del secolo, kolossal sulla dittatura divagante e sconclusionato ma anche esperienza unica che rapisce per più di tre ore. Vincitore del Leone d'argento per la miglior regia