Ondacinema

recensione di Matteo Zucchi
7.0/10

Time Still Turns the Pages


"So I just sit in my room
After hours with the moon,
And think of who knows my name.
Would you cry if I died?
Would you remember my face?"

Priscilla Ahn, "Fine on the Outside"


Come in un altro coming of age visto alla ventiseiesima edizione del Far East Film Festival, il nippo-taiwanese "18x2 Beyond Youthful Days" di Fujii Michihito, anche nella pellicola d’esordio di Nick Cheuk è un evento imprevisto a spingere il protagonista a ripiegare in sé stesso e, tramite il ritrovamento di uno scritto di molti altri prima, iniziare una serie di reminiscenze che accompagnano lo sviluppo della narrazione e ne determinano l’indirizzo. Che si tratti della cartolina inviata 18 anni prima dalla ragazza amata o del diario di quando si aveva 10 anni in ambedue i casi i personaggi principali si trovano invischiati in una serie di flashback che anticipano e motivano le loro azioni nel presente e permettono infine di metterle in prospettiva quando queste non sembrano di chiara comprensione. E se "Time Still Turns the Pages" e il film di Fujii condividono anche un altro rilevante sviluppo narrativo, verificantesi in ambedue i casi circa a tre quarti della pellicola, è la modalità con cui questo viene gestito a rimarcare la differenza fra le due pellicole, in primo luogo per quanto concerne la rappresentazione del passato.


Fig. 1: saudade vs. rimpianto in "18x2" e "Time Still Turns the Pages" e
la rappresentazione del presente che ne deriva

Se "Beyond Youthful Days" è un’opera nettamente malinconica, incentrata com’è sulla saudade del protagonista Jimmy verso quell’estate di 18 anni prima in cui il suo futuro iniziò a delinearsi e incontrò l’amore della sua vita nella persona della backpacker giapponese Ami, il film di Cheuk è una pellicola più quintessenzialmente drammatica, mostrante la tragedia nel passato nel suo farsi e con una distanza che, in un primo momento sorprendente, si rivela poi perfettamente motivata. In questo la coproduzione nippo-taiwanese pare un film quasi più hongkonghese di quanto sia "Time Still Turns the Pages", considerando quando la struggimento per un passato splendente ormai irraggiungibile sia una costante di moltissimo cinema contemporaneo dell’ex-colonia britannica. La medesima tesi può essere sostenuta anche per quanto concerne l’aspetto stilistico, dato che i forti contrasti cromatici e di ritmo fra le sezioni del presente e quelle del passato della pellicola di Fujii possono ricordare alla lontana l’espressività visiva e narrativa di molto cinema pop hongkonghese, laddove i colori cupi e spenti della fotografia dell’esordio di Cheuk, uniti a una regia che si distingue per chiarezza e rigore, contribuiscono a non connotare in maniera evidente il film in termini geografici e produttivi (fig. 1).

C’è palesemente in "Time Still Turns the Pages" un afflato universalistico, dal momento che la stessa Hong Kong del film, privata della forte connotazione derivante dalla raffigurazione di alcuni suoi luoghi o elementi caratteristici (d’altronde è un film quasi interamente d’interni), potrebbe essere una qualsiasi megalopoli dell’Asia orientale, così come la tematica al centro della pellicola, ovvero il peso eccessivo delle aspettative riversate sui giovani nelle estremamente competitive società asiatiche, potrebbe adattarsi allo stesso modo a Seoul, Shanghai o Tōkyō. Si potrebbe discutere a lungo del successo che, a Hong Kong, è arriso a una pellicola dell’ex-città stato così poco hongkonghese, forse ennesimo segno della progressiva perdita di un’identità specifica del cinema (e della città) di Hong Kong, ma ciò fuoriesce non solo dallo scopo di questa recensione ma anche dalle aspirazioni del film di Cheuk, interessato semmai a ricostruire nei minimi dettagli le difficoltà di crescere in un contesto come quello hongkonghese, e le cicatrici che ne derivano. Se nella stessa edizione del FEFF già un’altra pellicola si è concentrata sulle asperità della crescita in un contesto competitivo ed esclusivo come quello di Hong Kong, ovvero "Fly Me to the Moon", a sua volta esordio di Sasha Chuk, il film di Nick Cheuk sembra interessato semmai a concentrarsi sulle matrici famigliari e individuali del disagio psichico derivante, il quale è, invero, sistemico (fig. 2).


Fig. 2: "Fly Me to the Moon" e "Time Still Turns the Pages" e
le difficoltà di crescere ad Hong Kong in diverse classi sociali

Diventando rapidamente un dramma famigliare piuttosto che una pellicola di denuncia sociale "Time Still Turns the Pages" significa sia la dimensione strettamente personale del racconto (nonostante le brevi parentesi dedicate a due studenti e alla ex-moglie del protagonista, il docente di liceo Cheng) sia le proprie ambizioni universali, dal momento che crescere con ricchi genitori che proiettano le proprie enormi aspettative su un figlio discriminando apertamente l’altro è un fenomeno non certo specifico di Hong Kong. La rappresentazione spietata delle dinamiche di "tiger parenting" fa onore a una pellicola che opta per una rappresentazione complessa e a tratti ambigua delle relazioni interne alla famiglia del protagonista, un regime dispotico e disfunzionale destinato difatti a disfarsi alla prima tragedia, senza però rinunciare a una raffigurazione umana dei suoi membri, compreso il violento e tirannico padre. È in queste componenti, nella scrittura e nelle interpretazioni, che l’esordio di Nick Cheuk mostra le sue qualità principali, permettendo di non patire, più del necessario, il peso dell’opprimente cappa grigia e blu della fotografia, resa ancora più impenetrabile dalla grammatica registica semplice ma efficace di primi piani e campi medi, spesso adoperati per mostrare i personaggi in isolamento.

A questo punto si può difficilmente dubitare, al netto delle indubbie buone intenzioni del regista, delle componenti ludiche di "Time Still Turns the Pages", costruito com’è attorno a un colpo di scena che distrugge buona parte delle certezze narrative di chi guarda con l’intento di far percepire lo stesso smarrimento vissuto allora dal protagonista anche al pubblico. Questo viene perseguito fin dai primi istanti della pellicola, dal macguffin della lettera di suicidio di uno studente del professor Cheng, motore di tutti gli eventi del film senza che poi il suo mistero sia alla fine risolto, e certifica sicuramente l’efficacia della scrittura di Nick Cheuk, il quale sembra quasi intenzionato a cercare di testare l’immersione nel gioco di chi guarda, sottoponendo nei flashback il fratello maggiore a ogni genere di umiliazione prima di somministrare il prevedibile colpo di scena. Sono però le sentite sequenze successive, come quella dell’incontro fra Cheng e il padre, a riscattare la ludicità degli sviluppi precedenti, forse necessaria per smarcarsi da tematiche così pesanti, e così personali. "Il dolore, quello con cui la maggior parte degli abitanti di Hong Kong è cresciuta", affermava il personaggio di Andy Lau allo psichiatra protagonista di "Peg O’ My Heart" di Nick Cheung, altra pellicola hongkonghese vista al FEFF 2024: alla fine ambedue i film si chiedono, in forme molto diverse, proprio cosa fare con questo dolore con cui si è cresciuti, che li ha cresciuti.


06/05/2024

Cast e credits

cast:
Lo Chun-yip, Sean Wong, Ronald Cheng, Rosa Maria Velasco, Curtis Ho, Hanna Chan, Sabrina Ng, Henick Chou


regia:
Nick Cheuk


titolo originale:
Nin Siu Yat Kei


distribuzione:
MM2 Studios Hong Kong


durata:
95'


produzione:
MM2 Studios Hong Kong, Roundtable Pictures


sceneggiatura:
Nick Cheuk


fotografia:
Meteor Cheung


scenografie:
Irving Cheung


montaggio:
Keith Hiu Chun Chan, Nick Cheuk


musiche:
Hanz Au, Jolyon Cheung, Iris Liu


Trama
Nella scuola di Hong Kong dove insegna lo zelante professor Cheng viene ritrovata lo scritto in cui uno studente minaccia il suicidio. Mentre il corpo docenti si mette in azione per individuare la persona il professore si trova a ripercorrere i drammatici momenti della sua infanzia, crescendo in un contesto altamente competitivo, sotto l'influenza di genitori autoritari e dalle alte aspettative, in primis il violento padre.