Pubblicizzato come il “primo western coreano” (cosa non vera) e come “il film coreano più costoso di tutti i tempi” (17 milioni di dollari), l’ultima opera di Kim Jee-won ha fatto sfracelli al botteghino, incassandone più di 44. Ha inoltre fatto piazza pulita al 29° Blue Dragon Film Awards, portandosi a casa quattro premi (Miglior Regia, Scenografia, Fotografia e Premio del Pubblico) e, in sovrappiù, un premio per la Miglior Regia al 41° Festival di Sitges. Ma fu vera gloria?
Dichiaratamente ispirato a “Il Buono, il Brutto e il Cattivo”, da cui riprende l’incipit con la presentazione dei personaggi e l’estenuante duello finale, lascia da parte il gusto un po’ greve dell’epica di Sergio Leone e scantona verso il divertito trastullo orchestrato con classe sopraffina, pura energia cinematica in movimento e piacere orgasmico della visione.
Messa in scena lussureggiante, cromatismi abbaglianti, e, soprattutto, sequenze d’azione allo stato dell’arte: dalla stupefacente rapina al treno, dove avviene la prima collisione tra i tre protagonisti, alla sparatoria in un mercato affollato fino alla straordinaria caccia nel deserto, dove si incontrano e si combattono i banditi, l’esercito giapponese e i coreani, è un susseguirsi di scene in cui Kim definisce un nuovo standard, difficilmente superabile, per il film d’azione.
La mappa del tesoro è il classico McGuffin di cui parlava Hitchcock, un labile pretesto per portare avanti la storia, tra intermezzi picareschi, biliose crudeltà e adrenaliniche accelerazioni. Il deserto della Manciuria diventa uno spazio finzionale, un contenitore dove si inseguono e si scontrano tre figure iconiche che, in quanto tali, non necessitano di un particolare approfondimento in fase di sceneggiatura. Gli attori si adeguano: Chang-yi, il Lee Byeong-heon di “A Bittersweet Life“, è un sublime dandy psicotico, con la mentalità del gangster contemporaneo, mentre il Tae-gu dell’immenso Song Kang-ho (“The Host“, “Mr. Vendetta”) è un adorabile cialtrone, illuso e confusionario, oltre che il vero motore del gigantesco Luna Park che è “The Good, The Bad, The Weird”. Sontuosissimi i set di Jo Hwa-seong, mentre i costumi di Gweon Yu-jin corteggiano con intelligenza l’atemporalità.
Smaltito l’entusiasmo iniziale ci si rende conto che non tutto funziona a meraviglia, a partire da un’inconsulta rivelazione finale sul passato di Tae-gu, e che, rispetto alle precedenti opere di Kim Jee-won, il film sconta la sua natura eminentemente ludica e la volontà di ribadire la supremazia dello stile. E di stile Kim ne ha senz’altro da vendere, tanto da portarlo ai primi posti in un’ideale classifica dei registi coreani contemporanei, ma è uno stile che porta all’assoluta perfezione l’esistente senza innovare, appagato dalle proprie inarrivabili vertigini estetiche ma immune sia alle folgorazioni di Park Chan-wook che alla densità di Bong Joon-hoo. Se poi vogliamo parlare di western dall’Asia, il folle “Sukiyaki Western Django” di Miike Takashi è forse più vitale e contraddittorio, meno inattaccabile ma anche più stimolante e viscerale.
06/01/2009