Claudia Llosa, alla sua opera seconda, gira con uno stile compassato, dominato dai silenzi, ideale per rendere al meglio il travaglio con cui Fausta convive. E riesce a far intravvedere molte delle caratteristiche tipiche della realtà del suo Paese e di tutto il subcontinente americano: differenze di classe che coincidono con quelle etniche, povertà e scarsa alfabetizzazione diffuse tanto quanto il parallelo sogno consumista, influenza della religione nella sua forma paganizzata, persistenza di superstizioni e di riti comunitari: tutti elementi che ostacolano notevolmente il percorso di uscita dalle proprie ossessioni timidamente intrapreso dalla protagonista.
Premiato con l’Orso d’oro all’ultimo festival di Berlino, “Il canto di Paloma” è film riuscito in parte, non del tutto. Cerebrale piuttosto che intellettuale, filosofico, complesso, a tratti visionario, sconta ad esempio un’eccessiva ricerca della bella inquadratura, che aggiunge, oltre che antinaturalismo alla messa in scena, una certa vischiosità alla narrazione. Un’opera insomma interessante, insolita, ma non proprio per tutti i gusti. La cui distribuzione demenziale impedisce comunque che troppi italiani riescano a vederla.
09/05/2009