Il rovesciamento degli equilibri classici del thriller poliziesco viene ulteriormente amplificato da una veste formale volutamente confusa e “distruttiva”. A metà strada tra il found-footage e l’estetica dei videogame sparatutto, il registro espressivo scelto da Ayer ha soprattutto il pregio di essere immediato e viscerale. Le riprese movimentatissime, montate in un puzzle compulsivo e apparentemente casuale (che unisce videocamere di sorveglianza, immagini a infrarossi, sequenze della macchina da presa utilizzata dallo stesso Taylor…), raccontano i tranche de vie dei due protagonisti con un ritmo nervoso e concitato. Questo impianto visivo così complesso e polifonico (intervallato di tanto in tanto solo da qualche bella panoramica notturna di ispirazione manniana) viene portato avanti con molta coerenza, tanto da confondere facilmente scene d’azione con scene dialogate e più distese in una miscellanea narrativa fluida, ma a volte eccessivamente caotica. Un caos (forse voluto) che però è sintomatico di una poco elegante tendenza registica allo strafare e che alla lunga tende a un fastidioso barocchismo.
D’altra parte, se una configurazione così disordinata rischiava evidentemente di mandare all’aria la scrittura del film, va detto che è proprio la sceneggiatura a restare sempre il vero, stabile punto di forza dell’opera. Pur non aggiungendo niente di nuovo alla retorica abbastanza usurata dell’amicizia virile, del senso del dovere e dello spirito di sacrificio, Ayer concepisce un ritratto autentico e palpitante che non risulta eccessivamente verboso perché carico di immediatezza e verità. E i due protagonisti riescono a trovare un loro spazio nell’anima e nell’immaginario dello spettatore, proprio grazie a uno script così credibile e compatto e alla validità della coppia di interpreti. Se la bravura di Jake Gyllenhaal non è una novità, è di Michael Peña la grande rivincita artistica.
21/11/2012