L’abito fa il monaco. O forse è l’esperienza a fare monaci migliori – e quindi abiti. Dopo “L’Amore Bugiardo – Gone Girl“, un altro romanzo della giornalista, scrittice e sceneggiatrice Gillian Flynn si “transustanzia” sul grande schermo: è il turno di “Dark Places – I luoghi oscuri”, secondo libro e predecessore del bestseller da cui Fincher ha tratto uno dei migliori film della passata stagione.
Venticinque anni prima: Libby Day è l’unica sopravvissuta del brutale assassinio della madre e della sorelle ad opera – si crede – del giovane fratello Ben, “pecora nera” trascinata da compagnie discutibili agli orrori del Satanismo.
Presente: Libby Day (Charlize Theron) è una squattrinata parassita di se stessa. Passata la fama sui media e il pietismo dei donatori anonimi, si trova a dover affrontare finalmente il mondo reale e a guadagnarsi il pane. Fortunatamente incontra Lyle, leader di un club di (morbosi) appassionati di serial killer e omicidi irrisolti, che sta studiando il suo caso ed è disposto a pagarla per il suo contributo: disperata per la sua situazione economica, Libby accetta di rimettere in discussione tutto quello che sapeva sulla fatidica notte del massacro e della ragnatela di bugie in cui ha vissuto per tutta la sua vita. Si troverà costretta ad affrontare uno ad uno i protagonisti del suo passato, fino a scoprire la verità sulla madre, il fratello e la realtà su quanto accaduto la notte della strage.
Il film si muove tra presente e passato senza tregua, assimilando e mescolando le due linee temporali quasi fossero contemporanee. In questa fanghiglia di ricordi e realtà, galleggia Charlize Theron/Libby Day, il motore immobile del film, di misura il suo maggior pregio: una buona prova per l’attrice si trasforma in uno slancio incredibile per un personaggio che cerca finalmente di riappropriarsi di se stessa e della propria storia, una rivendicazione a lungo attesa di ciò che la madre ha sacrificato e l’intreccio di bugie a cui si è venduta le hanno strappato. Immobile, perché vittima di un intreccio spesso zoppicante, di frequente vago.
Sì, il tuffo nei posti oscuri del passato e dell’anima dei protagonisti è incatramato da una visione ruvida e scura, in cui non c’è alternativa all’essere fantasmi: “Dark Places” descrive al contempo un’assoluzione e una condanna alla non esistenza per tutti i personaggi. Ma questo non comporta necessariamente una chiara o definibile visione d’opera, ma anzi un susseguirsi di acrobazie caratteriali e di plot che lascia indifferenti, nonostante si intraveda un buon materiale di fondo.
Libro o film, dov’è il vizio di fondo (e di forma)? Difficile dirlo, ma l’amaro in bocca rimane.
25/10/2015