Tratto dall’omonimo libro di Robert Kanigel, il film inizia con Jeremy Irons nei panni del professor Hardy, mentore di Ramanujan, intento a ricordare il protagonista appena deceduto (poco più che trentenne, il matematico morì dopo essere tornato in India per una forma di tubercolosi contratta in Inghilterra). Sposato da poco, praticamente nullatenente, il giovane protagonista (cui presta il volto Dev Patel, l’attore inglese che da “The Millionaire” al prossimo “Lion” è diventato la prima scelta per il ruolo dell’indiano in produzioni occidentali) cerca un lavoro ma soprattutto la possibilità di fare conoscere a qualcuno le sue teorie matematiche, assolutamente all’avanguardia nonostante lui non abbia alle spalle un’istruzione di tipo tradizionale. Verrà assunto in un ufficio e messo in contatto con gli insegnanti del Trinity College i quali lo inviteranno ad andare a frequentare il famoso ateneo. Per Ramanujan significa allontanarsi dall’amata e paziente moglie Janaki (l’attrice newyorkese Devika Bhise, molto graziosa anche se non veramente debuttante come suggeriscono i titoli di testa) ma la passione per i numeri è troppo forte per resistere. Prevedibilmente (anche perchè tutto in questo film è prevedibile…) l’incontro col mondo accademico inglese non sarà dei più semplici. A parte che Ramanujan è l’unico vegetariano, gli insegnanti non sono così felici di accogliere tra le loro file un quasi autodidatta che viene da una colonia. Il protagonista è tra l’altro convinto di poter già pubblicare i suoi originali teoremi matematici ma il corpo docente si dimostra piuttosto restio. Le intuizioni di Ramanujan, per quanto geniali, sono da dimostrare e questo al giovane pare una perdita di tempo insensata. Qualche buon consiglio a riguardo viene dispensato da Jeremy Northam nei panni di Bertrand Russell e dal bravo Toby Jones, nei panni del bonario Littlewood, fra i docenti, quello più amichevole nei confronti di Ramanujan, pur non comprendendo interamente la portata delle sue scoperte. Lo scoppio del conflitto mondiale implica anche un peggioramento della vita per l’indiano tra malcelati atteggiamenti razzisti e razionamenti di verdure ma anche in questo caso niente che risulti particolarmente sorprendente o emozionante.
Malgrado alla fotografia ci sia Larry Smith, che illuminò l’ultimo capolavoro di Kubrick, “Eyes Wide Shut”, la messa in scena è anch’essa alquanto scontata e i piani stretti che caratterizzano la regia sottoutilizzano le belle location e neutralizzano anche la sequenza potenzialmente più suggestiva dal punto di vista visivo (quella in cui uno zeppelin tedesco sorvola il cielo di Cambridge per sgangiare delle bombe sulla cittadina).
12/06/2016