Annunciato fin dal titolo (italiano) come un film per sole donne in cui gli uomini quando presenti sono chiamati a fare la parte dei semplici comprimari “Il piano di Maggie – A cosa servono gli uomini” pur riservando al personaggio interpretato da Ethan Hawke un ruolo importante quasi quanto quello di Maggie, di cui con le sue incertezze e la sua vanagloria Jack rappresenta il perfetto contro altare, conferma la sua partigianeria privilegiando un punto di vista femminile che non si traduce solamente nella prevalenza scenica riservata alle attrici ma che riguarda soprattutto la matrice del discorso che sottende all’intera vicenda. Infatti se i comportamenti di Maggie ma anche quelli di Georgette e dell’amica Felicia assorbono all’interno delle rispettive vite di coppia le conquiste di lunghe battaglie per il riconoscimento delle cosiddette pari opportunità – con gli uomini spesso e volentieri esclusi dal grande gioco della vita – è altrettanto vero che la Miller si preoccupa di metterne in risalto i limiti, divertendosi a prenderne in giro i risvolti meno militanti come quelli che vedono sia Maggie che Julian ritornare continuamente sui propri passi, rinunciando alla conquista dell’indipendenza sulla scia di sentimenti in cui il bisogno dell’amore si confonde spesso con la paura di rimanere soli. E sono proprio le contraddizioni tra essere e avere a fornire gli spunti per una nevrosi che, come spesso accade nella commedia intellettuale di matrice ebraica, fa da volano per una serie di disavventure in cui la commistione tra comico e tragico permette al film di dotarsi di un andamento schizofrenico e di una narrazione che sembra seguire l’estemporaneità dei suoi personaggi. Ma al contrario del prototipo alleniano, che anche nelle occasioni più leggere e divertenti non viene mai meno a quello spleen capace di trasformare la più banale delle storie in una riflessione – filosofica e morale – sulla pratica della condizione umana, “Il piano di Maggie” nonostante gli intendimenti di cui dicevamo rimane quasi sempre sulle superficie delle cose, indeciso tra la volontà di affondare il colpo, costringendo i personaggi a subire le conseguenze delle propri errori, e il desiderio di passare sopra a tutto – come peraltro succederà – con uno spirito che concilia qualsiasi contraddizione. Alla resa dei conti e di un finale che riserva allo spettatore un’inaspettata sorpresa ciò che ottiene assomiglia più alla sit-com che al cinema, più alle favole che alla realtà. Senza nulla togliere alla qualità della confezione e alla simpatia degli attori che, nell’insieme, giustificano l’entrata in sala.
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02/07/2016