Detto che nell’America di Trump a mettere al riparo i produttori di “50 sfumature di grigio” dalla nuove possibili ondate di puritanesimo è il sotto testo del film che individua nelle pratiche dell’arte amatoria l’origine di tutti i mali e nell’unione matrimoniale – quella a cui Anastasia anela per lei e il suo cavaliere – l’unica panacea capace di mettergli fine, alla luce di ciò che vediamo sullo schermo non ci vuole molto a intuire quale sia la direzione della storia e di conseguenza a smascherare la finta trasgressione imposta dagli obblighi propagandistici. Per esserne sicuri, senza cercare motivazioni più sottili, basterebbe soffermarsi sullo stile di regia (di quel James Foley che pure a inizio carriera aveva firmato gli ottimi “A distanza ravvicinata” e Americani”), estetizzante alla maniera di quel cinema anni 80 (soprattutto dell’Adrian Lyne di “9 settimane e mezzo”) che “50 sfumature di nero ” ricalca in certi passaggi girati in forma di videoclip e soprattutto nella ricerca di una perfezione plastica e patinata dei corpi – scolpiti da una fotografia che soprattutto nel caso di Dornan enfatizza la tonicità della muscolatura – come pure nell’artificialità degli ambienti che, se da una parte servono ad assecondare lo sguardo dello spettatore, certamente a proprio agio con oggettistica e status symbol quotidianamente rintracciabili negli spot pubblicitari di orologi, macchine sportive e abiti alla moda, dall’altra non gli offrono la possibilità di ritrovare un minimo di autenticità in ciò che vede per un inconsistenza materica che emerge soprattutto quando assistiamo ad amplessi che sembrano più il risultato di un sessione fotografica che di un qualche tipo di contatto fisico tra le parti in causa, troppo asettiche e composte per sembrare verosimili. Considerato poi la natura commerciale del lungometraggio – realizzato per un pubblico generalista – con le limitazioni imposte al filmabile dalla necessità di ottenere un rate favorevole era chiaro che le sorti “artistiche” di “50 sfumature di nero” risiedessero per la maggior parte nella capacità delle altre componenti (prima di tutto della sceneggiatura) di compensare ciò che mancava necessariamente alle immagini.
Da questo punto di vista il film non riesce però a centrare l’obiettivo perché, lungi dal presentare una qualche variante drammaturgia ai dubbi della protagonista, perennemente in bilico tra l’accettare la personalità del suo amante o tirarsene indietro, la narrazione di fatto risulta orizzontale e priva di una qualsivoglia progressione che non sia quella di arrivare con motivi risibili se non alla pace dei sensi (peraltro auspicabile visti i problemi derivati dall’incontinenza sessuale dei due protagonisti) almeno al raggiunto conformismo delle dinamiche di coppia tra Christian e Anastasia. All’inseguimento di un romanticismo che stenta a decollare per i motivi appena enunciati “50 sfumature di nero” in termini di fantasia e pure di sorprese paga la sorte che da sempre spetta al secondo episodio di ogni trilogia cinematografica, contrassegnati dalla transitorietà che solitamente anticipa il carosello finale.
12/02/2017