Portando sullo schermo un’altra eroina vitale e anti conformista la Burshtein continua a scandagliare l’universo umano e filosofico di quella parte della comunità ebraica più oltranzista e conservatrice le cui regole e stile di vita diventano oggetto di un’analisi tutta al femminile nella quale a essere messo in discussione non è l’ordine precostituito, ne la posizione dominante della compagine maschile – vivisezionata nelle sue contraddizioni e qualche volta messa anche alla berlina – quanto piuttosto una tipologia di donna tradizionale a cui la Shira de “La sposa promessa” e soprattutto la Michal del nostro film ne antepongono un’altra che agisce con la volontà di determinare il proprio destino, consapevoli del rischio di non essere capite e di rimanere isolate. A differenza del film del 2012, dove le asperità di certe scelte visive servivano a rendere una narrazione effettuata dal “di dentro” e in cui l’occhio della telecamera registrava il mondo con una spiccata predilezione antropologica,”Un appuntamento con la sposa” utilizza un’estetica semplice, in cui tutto inizia e finisce all’interno del campo visivo e dove la ricercata ingenuità di certe sequenze (per esempio quelle che mostrano la protagonista e la collega all’interno del pulmino che le porta a lavoro) e la vivacità dei colori degli interni casalinghi e del locale dove viene organizzata la cerimonia fanno da specchio al romanticismo buffo e un po’ naif dell’indomita protagonista. Certo, la progressione della storia, costruita per tappe successive – tante quanti sono gli appuntamenti di Michal con il ragazzo di turno – risulta un po’ meccanica ma il registro favolistico scelto dalla Burshtein per la rivisitazione in chiave moderna del mito di cenerentola e del principe azzurro trasforma certe forzature (pensiamo al cantante bello e famoso che a un certo punto si innamora di Michal e si offre di sposarla) in passaggi totalmente in armonia con il particolare contesto della vicenda.
07/06/2017