Va da sé che la jeune femme (titolo originale) protagonista della pellicola è una matrice sulla quale si potrebbe apporre un volto estratto a caso dal lotto della gioventù europea contemporanea. Indecisa sui propri mezzi, sui propri affetti, sulle proprie ambizioni, Paula è lo specchio di una generazione che non si identifica più con gli ideali e le aspirazioni borghesi del secondo Novecento (si veda il confronto con la madre di Lila), eppure è troppo debole per proporre un modello alternativo. Paula ha “nostalgia di cose che non ha mai fatto”, un’educata parafrasi che un sociologo potrebbe rimpiazzare con l’acronimo FOMO (Fear of Missing Out), ovvero “il timore di perdere esperienze significative”, nota anche come “paura del rimpianto”, male tipico dei nostri tempi. Ecco allora che la libertà si configura più che altro come una condanna. Non è più l’epoca di Glauco, che nel miliare “Dillinger è morto” (Ferreri, 1969) delegava al miraggio tropicale la speranza di un’evasione dalla routine alienante della società dei consumi. Paula è in un diverso tipo di prigione: abbandonata in mare aperto, senza rotte né stelle da seguire.
“Montparnasse femminile singolare” è quindi un ritratto generazionale personificato nell’immagine di Paula, soggetto generico colto nella sua femminilità e singolarità. Serraille dirige con metodico garbo, centrando la camera sulla protagonista e accentuandone disagio e perplessità tramite jump-cut in serie, sequenze con macchina a mano. Ma consegna a Laetitia Dosch l’incarico di legare, attraverso il flusso omogeneo dell’interpretazione, una serie di episodi eterogenei, a tratti sconnessi. L’attrice franco-elvetica conferisce al personaggio un’aura di isterica dolcezza, che sprigiona una sensualità frenetica e impacciata. Il coinvolgimento è affidato quasi per intero alla bontà dell’identificazione empatica, giacché l’intreccio risponde a una logica di concatenazione prettamente casuale (e non causale).
Il film si avvale dunque di caratterizzazioni nitide per raffigurare a mezze tinte il quadro di uno spaccato sociale, inserendosi così nel solco della tradizione cinematografica francese, improntata a un realismo lirico. Nel piglio jazz di questa dramedy, più buffa che divertente, il leitmotiv è la difficile conciliazione di libertà e solitudine, amore e indipendenza, ambizione e realizzazione. Lo sforzo è valso la prestigiosa Caméra d’Or, premio che Cannes riserva ogni anno al miglior regista esordiente.
20/05/2018