Gary Faulkner, schizofrenico paranoide che vive di espedienti, patriota e reietto con un rene solo, costretto a cicli di dialisi tre volte a settimana, viene inviato da Dio per riuscire lì dove marines e servizi segreti stanno fallendo, cioè stanare il pericolo pubblico numero uno per assicurarlo alla giustizia. Era davvero solo questione di tempo prima che Hollywood bussasse alla porta di casa Faulkner per portare sul grande schermo le incredibili peripezie di questo “eroe americano”, dal Colorado al Pakistan e ritorno. Molti ritorni visto che, un po’ per la diffidenza dei pochi amici di Gary, un po’ per le ovvie difficoltà logistiche che i mezzi scelti per raggiungere il Medio Oriente comportano (una traversata oceanica in barca vela, non sapendo governare una barca a vela, può essere poco pratica), la missione del nostro eroe subirà non poche battute d’arresto.
Questo “Io, Dio e Bin Laden” tradisce qualsiasi aspettativa che il plot suscita nello spettatore in un film che è un guazzabuglio di linguaggi e di scelte prese solo a metà. Lontanissimo dall’onesta e arrembante vena demenziale di “Il dittatore“, anche perché Nicolas Cage non è Sacha Baron Cohen, il lavoro di Larry Charles rimbalza tra il grottesco e l’assurdo senza lasciare nessun segno, né divertendo né tentando la via della satira tagliente.
La voce fuori campo dell’incipit mette in guardia sulla natura della storia che il film si appresta a raccontare, che “non è proprio vera, diciamo che ha degli elementi di verità”, ma le licenze prese per adattare al cinema le vicende di questo ex carpentiere in missione per conto di Dio non possono in alcun modo giustificare le voragini narrative sparse in tutto il film. Così il personaggio di Gary risulta sempre meno plausibile man mano che gli frana sotto i piedi la consecutio dei fatti raccontati, con le sciape battute, sparse qua e là, che aggiungono all’equazione dei tempi comici poco convincenti.
Il risultato più incredibile, in negativo, di questa sequela di scelte discutibili è che in questo sformato persino le avventure di Gary Faulkner, che hanno davvero dello straordinario e si sarebbero prestate benissimo ad una lettura più audace, sono svuotate di qualsiasi folle verve fino a sembrare una storiella che non vale la pena di raccontare. L’autore dirige il timone con una mano incerta, dando costantemente l’impressione di non sapere assolutamente dove dirigere la barca messa su in maniera raffazzonata e confusionaria. Il tentativo finale di virare verso un climax drammatico totalmente improvvisato non fa che certificare il naufragio di un progetto il cui materiale di partenza prometteva ben altro.
29/07/2018