L’Australia si sta sempre più segnalando come la terra promessa dell’horror contemporaneo: la patria di alcuni dei migliori lungometraggi, come “Relic” (2020) di Natalie Erica James o “Talk to me” (2022) dei fratelli Philippuo, che, negli ultimi anni, sono stati in grado di imporsi in modo indelebile nell’immaginario contemporaneo. Michael Shanks è l’ultimo regista australiano, da un punto di vista cronologico, a realizzare un film capace di rielaborare in modo creativo e originale numerosi archetipi narrativi del genere horror in modo da dare loro nuova vita insieme alla capacità di parlare del presente e delle problematiche, inespresse perché volutamente non elaborate e quindi represse, che attanagliano la società contemporanea.
ATTENZIONE SPOILER
Proiettato presso la settantottesima edizione del Locarno Film Festival, “Together” riprende e rivitalizza numerosi stereotipi narrativi dell’horror moderno, ad esempio la paura verso le zone rurali e boschive degli Stati Uniti (come il luogo in cui la coppia protagonista si trasferisce), viste come spazi spirituali e fisicamente pericolosi, simbolo del lato oscuro e demoniaco della società nordamericana, ricoperte da backwoods (boschi allo stato quasi primigenio) tenebrosi e minacciosi, altro clichè del genere, perché in essi risiede un potere demoniaco in grado di trascinare l’uomo civile alla follia e alla perdizione. La chiesa hippie che in “Together” era stata eretta nel bosco è il punto di contaminazione fra l’umano e le oscure forze primitive che albergano nella natura extraurbana degli USA, i cui sacerdoti costituiscono un altro stereotipo del genere: l’hillbilly religioso, cioè gli abitanti selvaggi e mostruosi delle zone rurali più isolate e degli States, concretizzati in questo film dal collega della protagonista. Infine, una delle icone drammatiche più ricorrenti dell’horror moderno, la capanna nel bosco, si trasforma in “Together” nella voragine contenente la fonte dell’acqua maledetta e situata precedentemente, non a caso, nella chiesa hippie sede di culti pagani. Qui la coppia passerà una notte, come se fosse appunto una capanna nel bosco in cui rifugiarsi e che, come questa, si configura in realtà non solo come il seme da cui nasce l’orrore, ma anche a soprattutto come un oscuro e tortuoso paesaggio interiore, in cui il dramma interiore della coppia avrà modo di iniziare ad esplicarsi in modo terrificante.
Shanks riesce a rinnovare questi archetipi inserendoli in una cornice narrativa (la storia del film) originale ed elegante ma, al contempo, capace di portare alle estreme conseguenze il filone a cui appartiene, quello del body horror. Difficilmente, infatti, si è vista una concretizzazione più violenta e cruenta di questo sottogenere che fosse, al contempo, capace di lavorare in un modo profondo e significativo sull’orrore delle mutazioni della carne e del corpo. La trama costituisce una cornice narrativa elegante perché semplice ma, al contempo, profonda, cioè capace di veicolare l’orrore tramite una storia che non sia mero contenitore ma contenuto, allo stesso tempo semplice e ricca di stratificazioni. Il regista riprende infatti il mito platonico della metà della mela, metafora dell’essere umano incompleto dalla nascita e destinato a cercare il proprio partner per ricostruire un’unità perfetta. Si tratta di un topos millenario profondamente radicato nella cultura occidentale che viene rivisitato in chiave horror al fine di veicolare in esso tematiche squisitamente attuali, come le profonde difficoltà che caratterizzano le relazioni odierne e, più in generale, l’incapacità di maturare sacrificando il principio di piacere (i sogni adolescenziali) per quello di realtà (il darsi all’Altro da sé sacrificando parte del proprio egocentrismo). La storia di “Together” tematizza una relazione di dipendenza affettiva tossica e, al contempo, ne indica la soluzione: crescere con individui, maturare e abbandonare la propria tendenza narcisistiche per crescere come coppia.
Al contempo, questa rielaborazione vivificante si accompagna alla tendenza opposta per cui gli stereotipi di genere vengono portati all’eccesso e alla saturazione. Questo si verifica sia verso il minimalismo (grazie alla storia, capolavoro di semplicità e, al contempo, profondità narrativa), sia verso l’opposto, cioè le immagini, insieme terribili e barocche, che mostrano la carne prima degli animali e poi dei protagonisti che si fonde e non si stacca provocando dolore indicibile. Esempio di questa tendenza all’eccesso è la sequenza dedicata al rapporto sessuale della coppia, a seguito del quale il protagonista non riesce più ad estrarre il pene dalla vagina della compagna, con tanto di inquadratura che riprende il suo organo sessuale mentre viene tirato fino quasi a strapparsi. Come si può intuire da questo esempio, l’esasperazione conduce infine al grottesco e all’umoristico: si tratta di una macchina narrativa talmente perfetta nella sua capacità di portare alle estreme conseguenze le premesse di genere iniziali che finisce per sfociare volutamente nel grottesco e nel demenziale, ultimo possibile approdo per questo consapevole lavoro sul genere. Ma non è finita qui, dato che la fine del film determina l’ultima trasformazione di questa macchina narrativa sorprendente: la storia si conclude addirittura con insperato lieto fine, in modo da declinarla paradossalmente in una (seppur assurda) storia d’amore: un horror del rimatrimonio e dell’unione (letterale) delle carni.
Anche la regia partecipa al miracolo di semplicità e consapevolezza che caratterizza il film, dato che il linguaggio filmico è costituito da una serie di meccanismi linguistici consueti e abitudinari (come, ad esempio, i jump-scare e l’alternanza fra momenti di quiete e improvvise esplosioni di violenza) tuttavia innestati in un corpo narrativo capace di rivivificarli dando loro un senso. Come la trama, anche la regia è caratterizzata dunque da clichè propri del genere che vengono ripresi e uniti a formare qualcosa di nuovo e migliore, come i corpi dei due protagonisti del film.
10/08/2025