Elisa

Elisa


Leonardo Di Costanzo

Drammatico | Italia, Svizzera
(2025)

“Elisa”, l’ultimo lavoro di Leonardo Di Costanzo presentato in concorso a Venezia, è impreziosito da diversi plongée: sui tornanti che portano al carcere-chalet dove è richiusa la protagonista; sul bosco che circonda il carcere stesso; quando vediamo ciò che Elisa ha commesso. Si tratta, volente o nolente, di una scelta programmatica, che in qualche modo plasma e ridefinisce il punto di vista della pellicola precedente del regista, in cui a dominare la messa in scena, a sezionare il rapporto tra un carcerato e un secondino, era il carcere panottico di “Ariaferma“: qui, in “Elisa”, l’ambiente claustrofobico non è ciò che ci circonda, ma ciò che è dentro la protagonista, ciò che guardiamo come fossimo sull’orlo di uno strapiombo.

Tuttavia, l’esterno – il carcere dove Elisa sta scontando la pena per avere ucciso la sorella e aver tentato di strangolare la madre – ha anche qui un ruolo centrale: l’ambientazione carceraria dai toni cupi, distopici, tanto da ricordare il bosco che circonda per esempio l’Hotel di “The Lobster“, formalizza la discrasia tra la prigionia interiore della protagonista e, se così possiamo dire, l’ampiezza che la circonda, l'”ariamobile” che può respirare. L’idea è forse foucaultiana, tant’è che il carcere disegnato da Di Costanzo, punteggiato dai bungalow tra cui si cammina liberamente, in grado di produrre “corpi docili, normalizzati”, sembra quasi opporsi alla violenza e alla colpa che Elisa deve espiare. Il carcere in “Elisa” , pertanto, da dispositivo di controllo diventa un paradossale meccanismo di apertura, tramite cui afferriamo, seppur in parte, la soggettività di Elisa. Ci troviamo in una zona grigia, quella che Agamben chiama dell’homo sacer, cioè di un individuo né pienamente politico, né totalmente escluso: Elisa è ridotta alla sua voce.

La sottrazione tra spazi chiusi e campi larghi ritorna poi in quello che è l’innesco (forse un po’ farraginoso) della storia, ossia l’arrivo di un criminologo (Roschdy Zem) interessato alla vicenda di Elisa. In uno studio dall’arredamento giapponese, con le veneziane a filtrare la luce esterna, inizia, quindi, quella che de facto è la confessione di Elisa: lunghi soliloqui in cui la protagonista, assieme al professore, vivisezionano i perché dell’omicidio della sorella. L’obiettivo, dichiarato, è quello di impostare un dialogo eziologico, alla ricerca degli spazi interiori che Elisa non ricorda, o fa finta di non ricordare. Insomma, è come se ciò che era rimasto fuori da “Ariaferma”, la colpa, qui invece sia l’oggetto del contendere: “perché lei è qui?” chiede il criminologo come prima domanda.

Di Costanzo, dunque, continua a tracciare i contorni della sua personalissima geografia carceraria, affidandosi, in questo caso, quasi del tutto alla bravura della sua protagonista Barabara Ronchi, che si spende in una prova davvero intensissima, tutta in sottrazione, in cui persino la voce spezzata fuori campo – che il criminologo ascolta in macchina tornando a casa, quasi ricordando il bellissimo “Drive My Car” – è in grado di restituire la complessità di un personaggio irrisolto. Ciononostante, la densità emotiva che anima “Elisa” non sembra essere supportata dalla narrazione che Di Costanzo imposta attorno alla sua protagonista. In altre parole, lo spessore e la raffinatezza psicologica a cui il film tende, sembra molto spesso rimanere approssimativa, incapace di sondare l’abisso che Elisa, nei dialoghi col professore, ci mette di fronte. Il discorso sociologico iniziato con “Ariaferma”, in cui, ancora una volta, torna il tema della sorveglianza e della punizione di Foucault, resta sullo sfondo.

La parabola di Elisa – che alla fine ce lo dice, ha ucciso la sorella perché non sapeva come scappare dalle sue stesse responsabilità (aver fatto fallire l’azienda del padre) – ricorda quella de “L’avversario” di Carrère: come il protagonista (realmente esistito) del libro, che per anni ha finto di essere un medico per poi, una volta scoperto, uccidere i genitori, anche Elisa per un lungo periodo mente ai genitori stessi, scrive addirittura una lettera inventata al posto di sua sorella per attribuirle la colpa. Ma l’indagine criminologica non va oltre, sfiora di nuovo temi vastissimi – la genealogia della colpa, il dibattito tra liminalità e reinclusione, la scelta del padre di perdonare Elisa -, ma ciò che rimane è una visione d’insieme, un po’ appannata, patinata (come la bella fotografia di Bigazzi). 

08/09/2025

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