Il revival di genere, soprattutto di quelli marginali, può essere un terreno fertile di reinvenzione o un puro esercizio di manierismo. Con “Honey Don’t!”, secondo capitolo della trilogia queer firmata da Ethan Coen e sviluppata con la moglie Tricia Cooke, l’impressione è che l’operazione non si risolva nell’uno o nell’altro, ma nella debole combinazione di entrambi. Più che rilanciare il filone del B-movie con connotazioni LGBTQ+, Coen lo cita senza convinzione, lasciando emergere la fragilità di un progetto sprovvisto di reale coerenza.
Il paragone con il capitolo precedente, “Drive Away Dolls”, è inevitabile. Sebbene anch’esso ampiamente criticato, quel film possedeva almeno un umorismo camp e l’eccentrica ipersessualità del low budget, caratteristiche che lo rendevano riconoscibile e potenzialmente destinato a diventare un cult di nicchia. “Honey Don’t!” ne riprende l’impianto thriller: protagonista è una detective privata (Margaret Qualley) che indaga su una serie di morti legate a una misteriosa chiesa e al suo fondatore lubrico (Chris Evans). L’idea, però, resta solo abbozzata, la trama non si sviluppa con sufficiente solidità e manca un’identità distintiva. Le deviazioni narrative si sdoppiano e si diramano senza condurre in una direzione chiara, e a rimanere è la sensazione di un racconto incerto, incapace di stabilire tono e ritmo.
Prevale, quindi, una scrittura pigra, appiattita sui cliché del thriller e del cinema di genere, come su un umorismo prevedibile, mentre la regia non offre spunti visivi che sorprendano o innalzino il materiale. Anche la scelta di Margaret Qualley nel ruolo di protagonista, presente in entrambi i film, finisce per sembrare più un automatismo produttivo che vero centro gravitazionale della trilogia. Il cast riesce però a consolidarsi come maggiore punto di forza. Oltre a Qualley, forse eccessivamente altera, sono presenti Aubrey Plaza e Chris Evans, buone scelte nei rispettivi ruoli, ma anch’essi limitati dalle problematicità di sceneggiatura e da una bidimensionalità che li rende macchiette, mai individui.
A rendere l’operazione ancor più deludente è la sensazione di un’occasione, ancora una volta, fastidiosamente persa. L’intreccio tra grottesco, noir, e quel cinismo corrosivo che aveva segnato il primo cinema dei Coen avrebbe potuto trovare nuova linfa in una riflessione così attuale come quella su corpo e sessualità. Invece, il sesso, così come la queerness tanto ostentata, si riduce a cornice ornamentale, a un contorno gratuito che non diventa mai discorso, rivendicazione o denuncia. Ciò che avrebbe potuto emergere come fulcro del film — la sessualità aggressiva, esasperata, di un’America ipocrita e in rovina, al contempo atto liberatorio e pura perversione — viene lasciato ai margini.
Ma ciò che sorprende, su tutto, è come un progetto che porta il nome di Coen finisca per apparire più un divertissement personale che un film con una vera architettura, uno sfizio creativo che non riesce a trasformarsi in cinema. Il forte potenziale di una trilogia queer meritava una riflessione più attenta, una costruzione meno affrettata, più ambizione nel definire tono, temi e stile. In assenza di ciò, “Honey Don’t!” rimane un film anacronistico, incompleto, e privo della forza che dovrebbe animare un tentativo serio di riscrittura di un genere marginale, così come di una poetica consolidata.
18/09/2025