Honey Don’t!

Honey Don’t!


Ethan Coen

Commedia, Noir, Poliziesco | Regno Unito, Stati Uniti
(2025)

Il revival di genere, soprattutto di quelli marginali, può essere un terreno fertile di reinvenzione o un puro esercizio di manierismo. Con “Honey Don’t!”, secondo capitolo della trilogia queer firmata da Ethan Coen e sviluppata con la moglie Tricia Cooke, l’impressione è che l’operazione non si risolva nell’uno o nell’altro, ma nella debole combinazione di entrambi. Più che rilanciare il filone del B-movie con connotazioni LGBTQ+, Coen lo cita senza convinzione, lasciando emergere la fragilità di un progetto sprovvisto di reale coerenza.

Il paragone con il capitolo precedente, “Drive Away Dolls”, è inevitabile. Sebbene anch’esso ampiamente criticato, quel film possedeva almeno un umorismo camp e l’eccentrica ipersessualità del low budget, caratteristiche che lo rendevano riconoscibile e potenzialmente destinato a diventare un cult di nicchia. “Honey Don’t!” ne riprende l’impianto thriller: protagonista è una detective privata (Margaret Qualley) che indaga su una serie di morti legate a una misteriosa chiesa e al suo fondatore lubrico (Chris Evans). L’idea, però, resta solo abbozzata, la trama non si sviluppa con sufficiente solidità e manca un’identità distintiva. Le deviazioni narrative si sdoppiano e si diramano senza condurre in una direzione chiara, e a rimanere è la sensazione di un racconto incerto, incapace di stabilire tono e ritmo.

Prevale, quindi, una scrittura pigra, appiattita sui cliché del thriller e del cinema di genere, come su un umorismo prevedibile, mentre la regia non offre spunti visivi che sorprendano o innalzino il materiale. Anche la scelta di Margaret Qualley nel ruolo di protagonista, presente in entrambi i film, finisce per sembrare più un automatismo produttivo che vero centro gravitazionale della trilogia. Il cast riesce però a consolidarsi come maggiore punto di forza. Oltre a Qualley, forse eccessivamente altera, sono presenti Aubrey Plaza e Chris Evans, buone scelte nei rispettivi ruoli, ma anch’essi limitati dalle problematicità di sceneggiatura e da una bidimensionalità che li rende macchiette, mai individui.

A rendere l’operazione ancor più deludente è la sensazione di un’occasione, ancora una volta, fastidiosamente persa. L’intreccio tra grottesco, noir, e quel cinismo corrosivo che aveva segnato il primo cinema dei Coen avrebbe potuto trovare nuova linfa in una riflessione così attuale come quella su corpo e sessualità. Invece, il sesso, così come la queerness tanto ostentata, si riduce a cornice ornamentale, a un contorno gratuito che non diventa mai discorso, rivendicazione o denuncia. Ciò che avrebbe potuto emergere come fulcro del film — la sessualità aggressiva, esasperata, di un’America ipocrita e in rovina, al contempo atto liberatorio e pura perversione — viene lasciato ai margini. 

Ma ciò che sorprende, su tutto, è come un progetto che porta il nome di Coen finisca per apparire più un divertissement personale che un film con una vera architettura, uno sfizio creativo che non riesce a trasformarsi in cinema. Il forte potenziale di una trilogia queer meritava una riflessione più attenta, una costruzione meno affrettata, più ambizione nel definire tono, temi e stile. In assenza di ciò, “Honey Don’t!” rimane un film anacronistico, incompleto, e privo della forza che dovrebbe animare un tentativo serio di riscrittura di un genere marginale, così come di una poetica consolidata.

18/09/2025

Cast e credits

Titolo Originale
Honey Don't!
Distribuzione
Universal Pictures
Durata
90'
Produzione
Focus Features, Working Title Pictures
Sceneggiatura
Ethan Coen, Tricia Cooke
Fotografia
Ari Wegner
Scenografie
Nancy Haigh
Montaggio
Ethan Coen, Tricia Cooke
Musiche
Carter Burwell
Costumi
Peggy Schnitzer

Trama

Le vicende di Honey O'Donahue, un'investigatrice privata che indaga su una catena di morte legate a una chiesa misteriosa nell'assolata provincia californiana.
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