Amore, violenza, una sfilata pirotecnica di colori, costumi e scostumanze. Gli ingredienti del cinema bessoniano ci sono tutti in questa rivisitazione personale che, a neanche un anno dal “Nosferatu” di Eggers, pareggia il conto con un adattamento di Stoker. Tra il vampiro di Murnau e quello di Stoker c’è la differenza che separa l’atmosfera cupa e lugubre del Dopoguerra a quella colorata e sognante del Romanticismo. Oppure, rimanendo in ambito cinematografico, la differenza che separa l’horror cerebrale di Eggers dal cinema viscerale di Besson, che in questo “Dracula – L’amore perduto” rivela già dal titolo che la chiave di lettura per inquadrarlo è il quinto elemento.
Al netto del viaggio disgraziato di Jonathan Harker e delle inquietanti azioni a distanza che provocano scompigli soprannaturali (ovviamente a Parigi, invece che nella canonica Londra), la prima ora, ovvero metà del film, racconta la backstory del mostro. Più Orfeo che Dracula, il conte Vlad (Caleb Landry Jones) perde la sua Elisabeta (Zoë Bleu) in battaglia coi Turchi, difendendo la Transilvania in nome di un Dio che ripudierà di lì a poco. Già nei campi lunghi che raccontano la battaglia, Besson non fa mistero di voler sacrificare il codice del realismo per una messinscena plastica e coreografica, votata a un’estetica ammiccante, autoconsapevole e fieramente kitsch, come mostrano anche gli aiutanti di Dracula – mini-gargoyles in stile Pixar – e il make-up esagerato e posticcio che omaggia l’adattamento coppoliano.
Terreno fertile per gli istrioni. Sembra divertirsi parecchio Landry Jones a dare vita al suo non-morto, e altrettanto Christoph Waltz, prete guerriero che sguazza nel suo solito ruolo sornione e compassato. Se Bleu appare spaesata, è invece un miracolo che Matilda De Angelis non sia stata arrestata prima della fine delle riprese, dato che ha rubato praticamente ogni scena nei panni della vampiressa Maria, una crasi tra Lucy e Renfield (fun fact: il nome Matilda le fu dato in onore del personaggio che Natalie Portman interpretava proprio in un film di Besson, l’indimenticabile “Léon”).
La prima ora funge dunque da divertita digressione in cui assistiamo alle varie peripezie del conte Vlad in giro per i secoli e per l’Europa. Vlad cerca disperato la reincarnazione della sua Elisabeta – che ovviamente trova in Mina, la moglie di Harker (sempre Zoë Bleu). Curiosa e non particolarmente convincente la scelta di trasformare questa parte del racconto in un remake del “Profumo” di Süskind (e ancora più cringe), dove il conte si trasforma in ballerino e profumiere. Con una miscela di sua invenzione attira, seduce e si scola n-vittime, compresa una piramide di suore nel picco gore di tutto il film. La seconda ora si divide invece in quaranta minuti di scorribande parigine e venti minuti di scontro finale, con tanto di gendarmi rumeni, duelli cappa e spada, e impalamenti a richiesta.
Gonfiato pretenziosamente da una pièce orchestrale stile anni ’90 di Danny Elfman, e simultaneamente schiacciato dalla fotografia satura e nitida di Colin Wandersman, che seduce al primo sguardo ma è carica di atmosfera quanto una réclame di rossetti, “Dracula – L’amore perduto” diventa un gingillo grazioso e ripetitivo come il carillon che tanto piace al principe della notte. Il talento emaciato e perverso di Landry Jones va sprecato tra un balletto e l’altro, e Besson commette il peggior crimine che si possa rendere a un vampiro: lo rende inoffensivo.
Sospeso tra Süskind, Coppola e il mito di Orfeo ed Euridice, questo adattamento è una giostra postmoderna che frulla generi e suggestioni ubriacando senza stupire. Possiamo aggiungere un’ennesima suggestione, shakespeariana: molto rumore per nulla.
28/10/2025