Sono queste le premesse di “47 metri”, pellicola inglese di Johannes Roberts che si inserisce in quel filone di opere che fanno capo allo “Squalo” spielberghiano, i cosiddetti shark movie: il rosso iniziale era già insieme citazione e parodia che esplicitava il debito nei confronti del capolavoro del 1975. Perché se “47 metri” non può fare a meno di guardare al perfetto meccanismo di tensione che stava alla base dello “Squalo”, contemporaneamente deve prenderne le distanze, replicarne il successo inquietando le nuove platee: in altre parole, dichiarare ad alta voce la propria natura di B-movie. Eppure, quella trasfigurazione di sangue in vino annunciava già quale sarebbe stato uno dei più grossi problemi di tutta l’opera: la mancanza di coraggio, ovvero la confezione anodina di un prodotto finalizzato al mero guadagno (“47 metri”, nonostante il genere e la materia, non ha nemmeno ottenuto il consueto divieto negli Usa ai minori, fermandosi al più permissivo PG-13).
Non c’è praticamente sangue, in “47 metri”, e le scene più truculente sono o abilmente mascherate da Roberts, in modo da garantire l’incolumità psicologica dello spettatore, o lasciate fuori campo. Ma ciò di cui si percepisce veramente la mancanza è la tensione: complice uno degli score più anonimi ci sia capitato di sentire recentemente, tutto appare veramente scialbo e mediocre. Non ci aspettavamo certo Spielberg dietro la macchina da presa, ma l’apprensione generata da Roberts con questo lungometraggio è sostanzialmente nulla. “47 metri” è un noiosissimo thriller di ottantasette minuti che sarebbe potuto durarne benissimo settanta in meno; e infatti la sceneggiatura fa di tutto per arrivare ai canonici novanta tra inutili dilatazioni (il lunghissimo antefatto alla discesa negli abissi marini) e reiterazioni dei medesimi meccanismi atti a creare suspense (per due volte si assiste all’abusatissimo espediente della mancanza di ossigeno). Per non parlare poi dello sciorinamento di più finali e il solito, inesauribile campionario di sfortune. Ma lasciando da parte la superficialità e prevedibilità della sceneggiatura, a mancare è appunto una sapiente messinscena, la soddisfacente costruzione di uno stato di agitazione, angoscia.
Non c’è nulla di tutto questo in “47 metri”, che pure visivamente non inorridisce né delude: manca proprio un abile autore, un raffinato – o quanto meno accettabile – sguardo che renda le vicissitudini delle sorelle Lisa e Kate almeno per un secondo, un brevissimo secondo, interessanti; che ci faccia credere vi sia veramente qualcuno, a 47 metri di distanza dalla superficie del mare, appeso a un sottile filo tra la vita e la morte; che mostri un briciolo di sapienza nella costruzione cinematografica della tensione e della paura; che (di)mostri di aver visto e assimilato la lezione dei grandi autori del genere. E, in assenza di questo, ci sarebbe bastato un vero B-movie, di quelli semplici e sinceri, animati dalla volontà artigianale e fine a se stessa di intimorire, spaventare, inorridire o, in una parola, emozionare. Ecco, “47 metri” non è assolutamente nulla di tutto ciò, seppure verso il finale sembri cercare una via alternativa, una soluzione personale in conclusione alla banalità di tutto il precedente minutaggio. Ma è solo un guizzo, niente di più, che per un attimo illude vi possa essere un po’ di intraprendenza in tutta questa superficialità. Poi si ritorna alla realtà e termina l’illusione: “47 metri” non può nemmeno lontanamente essere definito un riuscito B-movie.
22/05/2017