“Sette giorni” è dunque un viaggio sentimentale che si compie sulla superficie del visibile e sotto ciò che appare; attraverso gli splendidi scorci dell’isola siciliana, riprodotta dalla mdp con la volontà di restituire senza alterazioni la bellezza ancestrale di un’area miracolosamente incontaminata, e nella fisicità dei personaggi, le cui nudità sono destinate a fare da specchio alla consistente essenzialità della natura che le ospita. Se la traiettoria finale dell’indagine, volta a far uscire allo scoperto i reali propositi dell’uomo e della donna, si rivela – agli occhi delle parti in causa – come la possibilità di una rinascita personale (la presenza dell’acqua e le scene in subacquea dei corpi che vi nuotano dentro è tutt’altro che casuale) e quale ipotesi di un punto di partenza che per essere tale deve fare i conti con il dolore prodotto dalle conseguenze di quell’amore clandestino, “Sette giorni” ci dice anche altro. A cominciare dall’urgenza di un regista, l’elvetico Rolando Colla, che dopo “Giochi d’estate”, ambientato nella costiera Toscana torna a girare in Italia per mettere sullo schermo la trasfigurazione di un nostos che lo riporta nelle terre dei suoi genitori (Svizzero di nascita Colla è figlio di immigrati italiani) e che l’autore mette in scena prestando alla storia stati d’animo e liturgie che gli derivano dai suoi natali. Da quelle terre viene lo spirito apolide e la predisposizione alla mobilità che impronta le vicenda del film, come pure l’attenzione al sociale che “Sette giorni” fa trasparire negli accenni al percorso terapeutico seguito da alcuni dei personaggi per cercare di vincere la dipendenza dalle droghe. E, ancora, il richiamo al cinema e, nella fattispecie, al festival di Locarno, punto di aggregazione e catalizzatore culturale dell’intera nazione, al quale ad un certo punto Colla rende omaggio nella sequenza dei fotogrammi proiettati sulle mura di un antico palazzo siciliano, alla pari di quanto accade su quelli ubicati nella Piazza grande della città lacustre che prima della visione si tappezzano dei momenti più evocativi della settimana arte.
Alternando fenomenologia e introspezione, sempre supportate da immagini che non perdono di vista la loro funzione narrativa, e che da sole avrebbero fatto meglio della sceneggiatura, un po’ impacciata quando si tratta di dare voce alle ragioni che portano allo scoperto le intenzioni di Ivan nei confronti di Chiara, “Sette giorni” si costruisce le proprie credenziali facendo leva sulla capacità degli attori di scomparire dentro i rispettivi ruoli – con una menzione particolare per la brava e coraggiosa Alessia Barela, in grado di tenere testa e anche di più al collaudato Bruno Todeschini – e nel riuscito tentativo di rapportarsi al mondo circostante senza la volontà di volerlo spiegare, ma dando l’impressione di farlo vivere davanti ai nostri occhi.
30/07/2017