Specchi e vetri come lavagne, curiosi frammenti audio-video, strani disegni computerizzati, desideri sussurati a un telefono spento, emozioni in punta di penna (la meravigliosa sequenza dello specchietto e della colla). Lo stupore del mattino raccontato come fosse una fiaba lisergica.
Miranda July, eccentrica trentenne del Vermont, fa centro al primo lungometraggio portandosi a casa il primo premio al Sundance Festival. A metà strada tra l’accattivante Tatou di “Amelie” e l’amorevole Watson di “Le onde del destino”, la regista-sceneggiatrice-protagonista si ritaglia un personaggio perfetto, stralunato e dolcissimo, che vibra di calore e sensibilità.
Minimalismo quotidiano assolutamente credibile, ma perennemente virato al surreale. Impenetrabili, preziosi paesaggi interiori che illuminano una storia semplice e sofisticata allo stesso tempo, ricca di suggestioni simboliche e di lievi, penetranti metafore.
Dettagli e sfumature che rimandano costantemente a un’altra dimensione, un mondo di percezioni e sensazioni più vicine al candore e alla magia dei fanciulli che al rassegnato cinismo degli adulti. Così, anche nei momenti più crudi, lo sguardo dell’autrice è sempre rivolto all’inafferrabilità del lato nascosto degli eventi, al “sovrannaturale” potere dello sguardo puro, capace di creare umorismo e ironia persino in un ascensore o in un paio di scarpe, in un pesce rosso o in una chat-line.
L’incontro, la scoperta, il dubbio, l’attesa, l’elaborazione. Strane traiettorie, intuizioni, pudori. Richard e Christine sono i protagonisti di questa goffa, strampalata storia d’amore, ben fotografata da Chuy Chavez con una luce quasi “psichedelica”. Pure la (bellissima) colonna sonora sembra interrogarsi. Un piccolo film, tenero e poetico, da tenere stretto sul cuore finché non si scioglie.
20/02/2009