Pur replicando i difetti della pellicola del 2004, “Brothers” versione 2009 acquista maggior senso e più forza rispetto al precedente, poiché, inserendo la vicenda del marine impazzito e geloso all’interno di un contesto come quello del conflitto in Iraq, va a toccare un nervo scoperto della cultura Usa. La guerra non ha senso, la violenza crea dei mostri: sono temi affrontati da molto cinema statunitense degli ultimi tempi (a partire dal sottovalutato “Nella valle di Elah“), ma funzionano meglio qui che nel film della Bier. Benioff apporta poche ma significative, variazioni, alla sceneggiatura originale, inserendo il personaggio di Sam Cahill (Maguire) all’interno di una gerarchia famigliare di rigoroso stampo militare (memorabile il padre interpretato da Sam Shepard, reduce del Vietnam alcolizzato) a cui pare impossibile sfuggire. Da par suo Sheridan dirige senza troppi svolazzi, ma sa rendere bene il crescendo drammatico delle ultime sequenze (confrontate la cena “rivelatrice” del film del 2004 con questa). A convincere poco, e a stridere, restano gli inserti melò – romantici tra il fratello del defunto e la bella vedova, i siparietti tra lo zio Tommy (Gyllenhaal) e le due nipotine, ma anche i “nemici” talebani rappresentati con un pizzico di folklore di troppo.
Ma questo resta innanzitutto un film d’attori, e da questo punto di vista non ci si può lamentare, visto che in campo ci sono tre campioni della loro generazione: Natalie Portman da l’ennesima conferma del suo eclettismo e spontaneità, Jake Gyllenhaal è perfetto nel ruolo del rude dal cuore d’oro, e Tobey Maguire, allucinato, dimagrito di venti kg e ben lontano dall’immagine pulitina dell'”Uomo Ragno“, si ritaglia una delle migliori performance della sua carriera.
21/12/2009