Zwick è a suo agio soprattutto nelle serrate sequenze di battaglia (per esempio, è ottima quella dell’incursione di Zus per distruggere il ricevitore dei nazisti), ma altrove ricerca vanamente un anacronistico classicismo, che però stride e suona fasullo. La sceneggiatura si defila quando si tratta di affrontare gli argomenti più complessi e interessanti (i dilemmi morali di Tuvia: è giusto ripagare la violenza con altra violenza?), è illogica e affrettata in alcuni passaggi chiave (con quale facilità i Bielski riescono a far fuggire gli ebrei dal ghetto? Dove trovano il cibo durante il gelido inverno?), banalotta nel concentrarsi sui legami tra i protagonisti (la storia d’amore tra Craig e la giovane ebrea è sintetizzata in poche, ridicole, battute.).
Ne esce un film dagli intenti onorevoli (lo stesso si poteva dire dei due precedenti lavori del regista, gli egualmente non riusciti “Blood Diamond” e “L’ultimo Samurai”), ma dagli esiti ambigui e incerti. Non è chiara quale sia la posizione dei fratelli Bielski: prima uccidono gli assassini dei genitori, accecati dalla vendetta, poi rapinano e massacrano i contadini di un villaggio, in seguito, cambiano idea e decidono di sopravvivere nella foresta con le proprie forze. Apologia dell’autodifesa molto americana? E se Zwick e lo sceneggiatore Clayton Frohman cercano, se non altro, di non fare dei Bielski un gruppo di santini, nell’ultima parte si impegnano ad onorare tutti gli stereotipi del caso: il vecchio insegnante, moribondo, che sussurra a Tuvia che “è stato Dio a mandarlo”, il caparbio e sbruffone Zus che come Han Solo sbuca fuori all’ultimo minuto per dare man forte agli ebrei in fuga, e via dicendo.
Insomma, uno spettacolone vecchia maniera, non sgradevole da vedere, ma che, partendo da un presupposto inedito e vincente, finisce per essere assolutamente tradizionale e confortante. E quindi innocuo.
27/01/2009