Il vecchio Saura è consapevole che per rappresentare un ambiente altolocato di un epoca remota e imperiale un certo classicismo di fondo è indispensabile. Tuttavia, è in grado aggirare gli ostacoli della recitazione balbettante e tendente all’accademia dei suoi attori (con le loro facce troppo da copertina) e il convenzionale espediente del campo/controcampo dei dialoghi, inevitabilmente letterari, trascendendo tali aspetti e sorprendendo lo spettatore con uno stile moderno e frizzante, inaspettatamente efficace, specie nell’incipit veneziano, malgrado l’abuso di primi piani e di dissolvenze incrociate.
Davvero notevole si rivela la composizione cromatica imbastita dal fuoriclasse Storaro, mentre precisi e puntuali appaiono i movimenti di macchina, volti a cogliere con versatilità tensioni (è il caso della lenta carrellata all’indietro che accompagna in maniera inquietante l’inquisitore che, passeggiando a fianco di Lorenzo, lo minaccia velatamente), piuttosto che sfumature psicologiche (l’agilità, la precisione, la rapidità con cui viene sottolineato il fermento sentimentale del protagonista e delle sue amate). Ma azzeccatissimo è soprattutto l’uso della sovrimpressione come montaggio interno dei vari piani del (non sempre fluido)(meta-)racconto: la vita reale di Da Ponte, la vicenda narrata dall’opera (che ne è, appunto, una proiezione), la messa in scena e in musica della stessa.
L’ampio spazio generosamente concesso ai brani del dramma giocoso mozartiano, che subentrano gradualmente all’extradiegetica “Estate” di Vivaldi, fa di “Io, Don Giovanni” un appuntamento imprescindibile per tutti i melomani, ponendolo quasi agli antipodi rispetto al “Puccini” di Benvenuti. Peccato che rischi di subirne la medesima sorte: essere consegnato all’oblio da una distribuzione del tutto inadeguata.
25/10/2009