Dragon Trainer

Dragon Trainer


Dean DeBlois

Avventura, Commedia, Drammatico, Fantastico | Canada, Gb, Irlanda, Islanda, Usa
(2025)

Alla fine anche la DreamWorks ha deciso di imbarcarsi nel rifacimento delle sue opere di successo, realizzando il suo primo (e speriamo, illusi, ultimo) remake in live action: “Dragon Trainer” (Dean DeBlois, 2025).

La definizione stessa di live action, in questo caso come in altri simili (vedi il coevo “Lilo & Stitch”, Dean Fleischer Camp, 2025, o l’esempio ancor più eclatante di “Il re leone“, Jon Favreau, 2019 e relativo prequel “Mufasa – Il re leone”, Barry Jenkins, 2024), è problematica perché in molte parti il film è realizzato con tecniche molto simili – perlomeno dal punto di vista della resa estetica – a quelle utilizzate per la creazione dell’originale: i draghi, così come alcuni elementi scenografici e alcuni effetti speciali, sono realizzati in CGI e ricordano in tutto e per tutto l’effetto di animazione 3D che contraddistingueva “Dragon Trainer” (Chris Sanders, Dean DeBlois, 2010). Ma su questo punto possiamo soprassedere, visto che ormai la pratica sembra sempre più frequente in questo tipo di operazioni.

Inoltre, questo remake è a tutti gli effetti un rifare l’originale, che è sostanzialmente ricalcato shot by shot, con pochissime differenze di fatto impercettibili. Il che pone lo spettatore in una posizione iper-percettiva, in un confronto serrato e continuo alla ricerca delle minime – qualora esistenti – differenze tra un’opera e l’altra. Come dicevamo già altrove, sfugge il senso di operazioni di tal fatta, che non si prestano nemmeno a un aggiornamento o a una riattualizzazione di quanto espresso nell’opera madre e che al contrario la ripetono senza variazioni. Nel caso di “Dragon Trainer” è identica, oltre alla scelta delle inquadrature, anche l’enunciazione delle battute da parte dei personaggi: se provassimo a sovrapporre le due opere probabilmente otterremmo una sincronizzazione quasi totale dei tempi, dei modi e del visivo. È curioso, tutt’ al più, che il remake sia stato realizzato dallo stesso regista che si era occupato dell’originale, andando a creare un cortocircuito interno che produce di fatto un duplicato che trasforma la proprietà intellettuale in un mero oggetto da riprodurre.

Di fronte ad opere del genere non è possibile espletare rilievi critici svincolati dall’ovvia equiparazione tra originale e remake e, anzi, è pressoché sterile proporre osservazioni che vadano a valutare il contenuto, semantico o estetico che sia, dell’opera derivata. L’analisi si attua, allora, a livello intertestuale e nel constatare la tenuta tematica quando messa a confronto con lo scorrere del tempo.

Da questo punto di vista i pregi sono tutti del “Dragon Trainer” del 2010, che con la sua narrativa di formazione rifletteva con largo anticipo su questioni (l’integrazione del diverso e la sua capacità di innescare un’evoluzione nell’appartenenza sociale, la decostruzione del pregiudizio che vivifica la coesistenza collettiva, la riconsiderazione delle apparenze a favore di una valorizzazione dell’individualità) che oggi sono all’ordine del giorno. È inevitabile perciò che, anche nel 2025, le riflessioni sviluppate dal film nel 2010 siano ancora – e più che mai – attuali, ma ciò non avviene, appunto, in virtù dei meriti del remake, quanto piuttosto per la loro piatta (e furba) riproposizione.

In quest’epoca di remake, dunque, “Dragon Trainer” risulta essere il calco “perfetto”, avvicinandosi il più possibile alla riproduzione 1:1 del già visto senza portare in scena nessun contenuto originale. Come oggetto di studio – il film e il fenomeno globale – è senza dubbio interessante da analizzare e dice molto sulla piega che le produzioni mainstream, almeno nel contesto occidentale, stanno prendendo. Come film, tuttavia, questo “Dragon Trainer” impedisce qualsivoglia costruzione teorica, perché tutto ciò che c’è da dire era già stato detto 15 anni fa. L’inesorabile riproduzione dell’identico rischia sempre di più di generare il nulla.

22/07/2025

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