Il settimo capitolo della serie, fa seguito al clamoroso cliffhanger con cui si chiudeva la pellicola precedente, dove lo spietato killer Deckard Shaw (un titanico Jason Statham) faceva fuori uno dei membri della gang di Toretto, Han (ricollegandosi così al terzo capitolo “Tokyo Drift”, a tutti gli effetti un midquel), per poi minacciare Dominic e la sua intera famiglia, vede un interessante cambio dietro la macchina da presa (James Wan al posto del “solito” Justin Lin), e, soprattutto, è segnato dal lutto. La lavorazione della pellicola ha difatti subito un lunghissimo ritardo dovuto alla tragica scomparsa dell’attore Paul Walker (Brian), che ha imposto al regista e alla produzione di riconsiderare l’intera sceneggiatura e messa in scena del film. “Furious 7” diventa così un capitolo quasi completamente distante da quelli che lo hanno preceduto, all’insegna della morte ma anche della celebrazione della vita, in una rocambolesca giostra in cui i protagonisti se la cavano anche nelle situazioni più incredibili e dove sangue e morte paiono inammissibili. Paul Walker (deceduto in un incidente automobilistico quando era a circa metà della riprese) rivive sullo schermo grazie a diversi body double, ed incredibili (ed “invisibili”) effetti digitali che rendono credibile la sua presenza accanto a quella degli altri componenti del cast. Nulla di ipocrita o irrispettoso, soltanto la volontà di dire addio in maniera sincera e “sensata” ad un attore, e un personaggio, che ha segnato la storia della saga di “Fast and Furious”. La chiusa del film, per quanto “posticcia”, è giustamente struggente e malinconica, e accompagna il personaggio di Brian verso un sentiero diverso da quello dei compagni di vita, un lungo addio che sa di arrivederci, e che non può non commuovere.
Le “novità” non si fermano però qui, poiché il nuovo regista James Wan, che si è fatto le ossa in tanti film horror, pur non declinando la nuova tecnologia digitale e le estenuanti devastazioni dei sensi (e dell’immagine) a cui ci ha ha abituato negli ultimi anni, in primis, Michael Bay, ama guardare al passato, (come fece in “Insidious” o ne “L’evocazione“), sceglie, non a caso, l’icona anni ’80 Kurt Russel come volto-nume tutelare del rinnovato team capitanato da Toretto, e trasforma la saga automobilistica in una sorta di grado zero dei film di 007, con tantissimi, quanto immotivati, cambi di location, invenzioni scenografiche sempre più elaborate e magniloquenti, una sottotrama da cyber thriller (per arrivare al killer che vuole eliminarli, Toretto & Co. devono prima mettere le mani su una giovane hacker e un congegno da lei creato, “l’occhio di Dio”, che consente di rintracciare chiunque sul pianeta) e sequenze action che segnano in maniera indelebile il genere di riferimento: elaboratissime, indimenticabili, tonitruanti. La sequenza del paracadutaggio delle auto sulle montagne del Caucaso (con inseguimento immediatamente successivo), quella dell’auto che vola (letteralmente) tra i grattacieli di Abu Dhabi, o la devastazione urbana finale, in cui la resa dei conti (fisica) tra Vin Diesel e Jason Statham scorre in parallelo all’attacco di un elicottero militare (e un drone!) agli altri componenti della squadra, sono momenti da antologia.
Il risultato, pur non lesinando in abbondanti difetti di sceneggiatura, scarsa definizione delle psicologie (l’allontanamento iniziale di Letty, a che pro?) e un minutaggio eccessivo, è tuttavia esaltante, coinvolgente e “unico” come pochi altri popcorn movie visti negli ultimi anni. Dunque, lunga vita a “Fast & Furious”.
02/04/2015