Se in “Vergine giurata” il femminile si confrontava con la negazione giuridica e anche biologica di tale condizione, diventando il viaggio necessario a riaffermarla soprattutto a se stessa prima ancora che agli altri, al contrario, “Figlia mia” ne rappresenta la versione più conclamata e debordante, soprattutto se si prende in esame la spontaneità con cui le protagoniste esternano i loro tormenti. Sotto questo punto di vista, Tina e Angelica sono femmine all’ennesima potenza, poiché la Bispuri mettendo da parte buon senso e razionalità sceglie di rappresentarle nel coacervo di istintualità e contraddizioni che ne mettono a rischio il già precario equilibrio psicologico. Modalità caratteriali che l’autrice, come suo solito, riversa nel paesaggio (arcaico) circostante, anche in questo caso incaricato di fare da specchio ai sentimenti che muovono le protagoniste e qui, più che in altri casi, a fornire le caratteristiche del loro retaggio. Cosi, se in “Vergine giurata” la “tundra” albanese serviva a dare voce alle mortificazioni sopportate da Hana, con le asprezze e la desolazione della morfologia montana a significare la paralisi emotiva della ragazza, allo stesso modo in “Figlia mia” la luce accecante e l’esplosione di colori della penisola sarda fanno da amplificatore alla mancanza di reticenza e agli eccessi comportamentali dei vari personaggi. Una corrispondenza, quella tra la natura e le protagoniste resa dalla Bispuri con una simbiosi di tipo organico visualizzata durante il film da scene in cui le protagoniste sembrano volersi compenetrare con la terra in cui vivono. Al di là delle ripetute occasioni in cui vediamo le donne entrare in contatto diretto con gli elementi della flora e della fauna locale, per non dire dello stile di vita libero e selvaggio di Angelica e della bambina, a testimoniare l’importanza di quanto abbiamo appena detto, basterebbe considerare il valore simbolico assegnato dalla Bispuri alla doppia sequenza in cui vediamo Vittoria entrare e poi uscire dalla buca dove si è calata per obbedire al volere di Angelica, convinta che sotto il terreno sia nascosto un leggendario tesoro. La ricomposizione del conflitto tra Tina e Angelica e la riformulazione del nucleo famigliare in cui la funzione maschile è assunta in prima persona da ognuna della singole componenti (in questo senso l’esibita mascolinità di Vittoria nel passaggio conclusivo ne è la prova) è possibile proprio in conseguenza di quella rinascita (dalla terra “madre”) a cui rimanda l’episodio prima citato.
Va da sé che il presupposto teorico appena descritto necessitava di un dispositivo in grado di tenere testa alla carica iconoclasta delle fiammeggianti protagoniste, così come di una struttura capace di trasformare l’universo metaforico contenuto nella storia in forma narrativa capace di raccontarlo. Procedendo in maniera frammentata e lasciando alle immagini l’incarico di completare il senso di ciò che accade ai personaggi, la Bispuri appare più preoccupata di confermare la diversità delle sue donne che di rendere coerente la struttura generale del resoconto. In questa maniera “Figlia mia” dà la sensazione di procedere in maniera programmatica verso la conferma della superiorità di quella sorellanza femminile che costituisce la tesi di fondo del film. Così facendo, anche la bellezza di taluni passaggi rimane isolata e un po’ fine a se stessa, mentre la recitazione melodrammatica di Golino e Rohrwacher risulta spesso sopra le righe. Passato in concorso al festival di Berlino,”Figlia mia” ha ricevuto critiche entusiastiche dalla stampa americana, garantendosi una possibile distribuzione nel mercato statunitense.
24/02/2018