Dunque ci siamo. Dopo anni in cui i Marvel Studios hanno cavalcato l’onda del successo di “Avengers: Endgame” (secondo posto degli incassi di tutti i tempi subito dietro ad “Avatar“) dividendosi tra la volontà di monetizzare il credito ottenuto e la necessità di un restyling capace di tenere testa al bisogno di novità del mercato, sembra arrivato il momento di riprende le fila di un discorso in cui la continuità del Marvel Cinematic Universe sembrava aver perso di vista la fascinazione dei nuovi personaggi (pensiamo a titoli come “Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli”, “Eternals “e “The Marvels”, per non parlare di quelli “apocrifi” prodotti dalla Sony), incapaci di rinnovare l’interesse suscitato dai più famosi predecessori.
In questo senso l’arrivo sugli schermi del nuovo “I Fantastici Quattro – Gli inizi” è indicativo del cambiamento, a cominciare dal titolo che richiamandosi a un’età dell’oro – quella appunto degli inizi – dimostra come alla Marvel sia in atto una sorta di restaurazione in cui lo sguardo sul futuro coincide con un ritorno all’antico testimoniato dall’intenzione di rilanciare i personaggi di una delle testate più antiche create da Stan Lee anche a costo di ritornare sui propri passi decretando la necessità di correggere il tiro sulle avventure del celebre quartetto facendo ammenda delle quattro versioni precedenti con un reboot che oltre a rilanciarli in grande stile ne fa l’anello di congiunzione – come si vede nella scena inserita all’interno dei titoli di coda – per l’inizio di una nuova saga legata a ritorno dei Vendicatori nel prossimo “Avengers: Doomsday”.
Nel rispetto dei diversi ruoli bisogna dire che “I Fantastici Quattro – Gli Inizi” fa di tutto per legittimare l’importanza del suo status costruendosi una dimensione cinematografica e fumettistica capace di vivere di vita propria a cominciare dalla scelta di collocare la sua storia in una dimensione temporale che abbraccia in un sol colpo passato e futuro (di per sé una multi-dimensione in grado di richiamare quella più ampia del multiverso Marvel) dando vita a una sorta di decorso distopico in cui gli anni Sessanta ci appaiono più fulgidi e vitali che mai, attraversati come sono da una tecnologia futuristica in grado di tenere testa a quella che possiamo immaginare da qui agli anni a venire. Detto che non è la prima volta che ciò succede – in “X-Men – L’inizio” le vicende dei mutanti si svolgevano all’epoca della Swinging London – quella della nuova versione dei Fantastici Quattro è una ricollocazione sostanziale non solo dal punto di vista cronologico ma anche della confezione se è vero che a dirigere il film ritroviamo il Matt Shakman di “WandaVision” e dunque il regista che più di altri aveva maneggiato il mescolamento di generi e formati raccontando il menage tra Wanda e Visione come una sorta di sit-com televisiva a partire da quelle che si facevano all’alba degli anni Sessanta.
Avendo in mente quel lavoro Shakman ne riprende la cornice soprattutto nella parte iniziale quando alla stessa maniera della serie decide di introdurre le gesta dei personaggi all’interno di un contenitore diverso da quello cinematografico, con il format del cinegiornale chiamato a dialogare con le strutture del cinema in un dinamico alternarsi di informazione e intrattenimento. A rendere diversa la versione utilizzata nel film è però la decisione di contenere gli aspetti più ludici della questione all’interno del dispositivo (lo è l’utilizzo dello split screen già utilizzato in un superhero movie da Ang Lee in “Hulk”) svincolando i protagonisti da un analogo tenore umorale. Così facendo se da una parte i reportage televisivi del quartetto – quelli che ne riassumono le origini e le imprese che li hanno resi famosi e che di volta in volta commentano il corso dell’azione – procedono all’insegna di un sensazionalismo giustificato dall’intenzione da parte dei media di corrispondere in termini comunicativi alla popolarità dei soggetti in questione e quindi con un punto di vista volto a spettacolarizzare i fatti, dall’altra la vita dei Fantastici Quattro fuori dallo schermo procede secondo un registro di tutt’altro tenore, impegnati come sono a conciliare le responsabilità pubbliche alle vicissitudini private e dunque a mettere in scena una drammatizzazione del reale capace di proiettare i personaggi in una dimensione di seriosità che esclude i siparietti da commedia (per esempio quelli provocati dai litigi tra la Cosa e la Torcia umana) trasformando un playboy scavezzacollo come Johnny Storm in un giovane brillante e coscienzioso.
Per il resto “I Fantastici Quattro – Gli inizi” continua nel solco tracciato da “Avengers: Endgame” con una storia che considera la difesa del mondo come scontro con entità – alieni, semidei – venute da altri pianeti e dunque con lo sguardo rivolto al cielo e oltre nella considerazione di non poter competere – dopo l’11 settembre – in termini di immagini con la riproduzione – dei media e dei semplici cittadini – del mondo contemporaneo, oramai scandagliato in lungo in largo con strumentazioni capaci di replicare la cinetica ubiquità che fino a qualche tempo fa era ad appannaggio esclusivo del cinema blockbuster e con contenuti capaci di aggiornare ogni volta di più l’immaginario dello spettatore.
Così, se da una parte abbiamo una serie neorealista come “Devil Born Again” che racconta un quartiere della Grande Mela e i suoi abitanti come potrebbe farlo un documentarista del nostro tempo e dunque con l’obiettivo di aderire alla realtà fregandosene di stupire il pubblico, dall’altra abbiamo un film come quello di Shakman che invece punta a meravigliare i suoi interlocutori spostandosi in un campo, il cosmo, in cui si può ancora tentare di mettere in campo l’impossibile anche dal punto di vista visivo.
In questo senso, dopo un avvio ingolfato da parole e spiegazioni necessarie a presentare i personaggi e il loro contesto l’arrivo sulla Terra di Galactus, con i suoi rimandi al “Godzilla” di Roland Emmerich, riesce a creare uno scarto positivo con uno spettacolo che a differenza di altre occasioni risulta molto più essenziale (basti pensare alla linearità del percorso compiuto da Galactus per raggiungere il suo obiettivo) anche nel rinunciare all’immersione sensoriale e all’estensione temporale della battaglia così come si era verificato nei film dei Vendicatori. Come anche nel prospettare lo scontro tra buoni e cattivo come fosse quello tra Davide e Golia e dunque risolvendo le differenze delle forze in campo senza forzare la mano ma facendo dell’astuzia e dell’intelligenza e non della potenza e dei superpoteri il parametro capace di venire a capo della tenzone rispettando la coerenza interna del racconto.
Con qualche ingenuità di troppo, come il discorso messo in bocca a Sue per placare il risentimento dei cittadini newyorchesi nei confronti del gruppo, e pur strizzando l’occhio all’imperativo politically correct, evidente non solo nel fare della donna invisibile la vera leader del gruppo – colei dal quale passano tutti gli snodi più importanti del racconto – ma anche di prevedere un Silver Surfer in versione femminile, “I Fantastici Quattro – Gli inizi” fa guardare alla saga che sta per iniziare con un certa curiosità. Al di là di tutto la partenza al botteghino americano dove nel primo week-end ha totalizzato 117 milioni di dollari è comunque un risultato che può far dormire sogni tranquilli al plenipotenziario Kevin Feige.
30/07/2025