Il professore e il pinguino

Il professore e il pinguino


Peter Cattaneo

Commedia, Drammatico | Regno Unito, Spagna
(2024)

“Il professore e il pinguino”, diretto da Peter Cattaneo e tratto dal memoir di Tom Michell, appartiene a quella categoria di film che prendono una storia piccola, quasi bizzarra, e cercano di trasformarla in parabola universale. Alla base c’è un’idea irresistibile: l’amicizia inaspettata tra un uomo disilluso e un animale sopravvissuto, un incontro che diventa occasione di rinascita personale, metafora di un’epoca e simbolo di resilienza. Un racconto che, almeno nelle intenzioni, vuole unire leggerezza e profondità, comicità e malinconia. Il risultato, però, è incerto: commovente e tenero in alcuni passaggi, un po’ illustrativo e prevedibile in altri, incapace di trasformarsi in un’opera davvero memorabile.

Il regista, Peter Cattaneo, esordì quasu trent’anni fa con “Full Monty”, film cult che nel 1997 seppe mescolare ironia, fragilità maschile e riscatto sociale con una leggerezza oggi quasi perduta. In “Il professore e il pinguino” riaffiorano gli stessi temi – l’uomo ordinario alle prese con la perdita e la rinascita – ma spogliati della spinta sovversiva e collettiva che rendeva esplosivo il suo primo successo. Qui il tono si fa più intimo e accomodante, come se Cattaneo avesse sostituito il sarcasmo di Sheffield con la malinconia di una favola morale. Il risultato resta coerente con la sua poetica, ma segnala anche una maturità forse troppo prudente, un cinema che preferisce confortare piuttosto che sorprendere.

La vicenda ci porta negli anni Settanta, quando Tom Michell (interpretato da Steve Coogan), insegnante inglese stanco, reduce da fallimenti e perdite personali, accetta un incarico in un prestigioso collegio in Argentina. È un uomo alla ricerca di una seconda occasione, che però sembra più rifugiarsi che rinnovarsi. Durante una vacanza in Uruguay, Tom assiste a una scena che segnerà la sua vita: una spiaggia disseminata di pinguini morti per una fuoriuscita di petrolio, uno scenario apocalittico di cui quasi non si riesce a reggere lo sguardo. In quel silenzio spezzato solo dalle onde, un unico esemplare lotta ancora per sopravvivere. Tom lo raccoglie, lo lava con pazienza, lo libera dal nero del petrolio. Un gesto che il film, con un guizzo ironico, lega anche al tentativo di fare colpo su Carina, una ragazza conosciuta poco prima: un dettaglio che smorza la retorica e introduce un filo di calcolo nella nascita del legame. Quando tra i due non funziona, Tom resta solo con il pinguino. Pur non volendo, da quel momento Juan Salvador – così lo ribattezzerà su consiglio di Sofìa – diventa suo inseparabile compagno di viaggio e di un breve ma intenso periodo di vita.

Quello che poteva sembrare un episodio singolare diventa invece l’innesco di un cambiamento radicale. Il pinguino segue Michell in Argentina, entrando nel collegio come presenza surreale e, al tempo stesso, incredibilmente concreta. È lì che il film trova alcuni dei suoi momenti migliori: Juan Salvador che vaga tra i corridoi, che resta fermo composto sulla cattedra durante le lezioni, che diventa mascotte inattesa e catalizzatore di emozioni. La sua presenza spiazza e conquista: gli studenti, inizialmente diffidenti e chiusi, si lasciano coinvolgere; i colleghi, irrigiditi nelle regole accademiche, trovano in lui un motivo per ridere e alleggerirsi. Michell stesso, costretto a gestire quell’ospite improbabile, si riscopre insegnante appassionato, meno cinico e più vicino ai suoi ragazzi. Alcune sequenze hanno una delicatezza rara: le scene in cui il professore porta con sé il pinguino in classe, scatenando l’entusiasmo degli studenti e rubando i cuori di tutto l’edificio, o i momenti serali sul balcone del suo appartamento, dove amici e colleghi si ritrovano a parlare, confidarsi e aprirsi, quasi sempre sotto lo sguardo muto e vigile di Juan Salvador.

Tutto bello, però, non tutto funziona: la prima parte del film, con Michell ancora solo, appare troppo lenta e trattenuta, con un Coogan volutamente introverso che fatica a dare slancio alla narrazione. Solo l’arrivo del pinguino rompe questo immobilismo, trasformandosi in catalizzatore comico e affettivo. Da lì, Juan Salvador non è soltanto mascotte ma diventa “assistente improbabile”, in grado di smontare le rigidità accademiche e influenzare concretamente la vita scolastica. Peccato che alcuni studenti restino appena abbozzati: avrebbero potuto arricchire il racconto; invece, finiscono relegati a comparse senza peso reale.

Il film non si limita alla storia personale. Cattaneo prova a intrecciare questa vicenda intima con il contesto storico: siamo nel 1976, anno cruciale per l’Argentina, a un passo dall’instaurazione della dittatura militare. La tensione politica affiora in sottofondo, ma resta quasi sempre una cornice: evocata, suggerita, raramente approfondita se non per l’episodio che coinvolge Sofìa e, verso la fine del film, il professore. Alcuni personaggi secondari incarnano le contraddizioni sociali del tempo – studenti di diversa estrazione, docenti più o meno conservatori – ma la sceneggiatura sembra temere di spingersi oltre, e lascia la parte politica appena accennata. Questo è forse il limite più grande del film: non riuscire a integrare davvero la dimensione storica con quella intima, accontentandosi di suggerirla.

Dal punto di vista attoriale, Steve Coogan regge l’intera narrazione. È un interprete che sa unire ironia e malinconia senza mai cadere nel patetico. Il suo Michell è fragile ma non noioso, sarcastico ma non cinico fino in fondo: un uomo che aveva smesso di credere in sé stesso e che, grazie a un legame assurdo e inaspettato, ritrova fiducia. Jonathan Pryce, nel ruolo del preside, offre un contrappunto più formale, ma arricchito da una sottile ironia che evita rigidità e moralismi. La loro dinamica regala al film momenti solidi, ben costruiti, che tengono insieme leggerezza e gravità.

Cattaneo dirige con sobrietà, senza mai spingersi in soluzioni visive troppo ardite. Predilige un registro medio, sicuro, che accompagna lo spettatore senza sorprenderlo mai davvero. Ci sono scelte interessanti: il manto bianco e nero di Juan Salvador che spezza le tonalità calde degli ambienti argentini, diventando visivamente una presenza di rottura, o le inquadrature sul balcone, che trasformano uno spazio quotidiano in un palcoscenico di confidenze e rivelazioni. Ma, nel complesso, la regia resta pulita e rassicurante, più illustrativa che inventiva.

Il rischio, in operazioni del genere, è sempre lo stesso: che l’animale diventi simbolo fin troppo esplicito, metafora di resilienza, libertà e rottura degli schemi. E in effetti, quando il film calca troppo la mano sul significato morale, perde naturalezza e diventa un po’ didascalico. Funziona meglio quando lascia parlare i gesti, i silenzi, la semplice convivenza. È lì che si percepisce davvero quanto Juan Salvador non sia solo una mascotte, ma un compagno che obbliga Michell – e chi gli sta intorno – a guardare la vita con occhi diversi.

In definitiva, “Il professore e il pinguino” è un film gradevole, costruito con cura, che regala sorrisi e commozione, con alcune sequenze emotivamente riuscite e personaggi interpretati con sensibilità. Ma resta al livello di un’opera prevedibile, senza il coraggio di scavare davvero nei contrasti storici o di osare di più sul piano visivo e narrativo. È il classico racconto che scalda il cuore ma che non lascia un segno profondo. Piacerà a chi cerca una storia tenera, a metà tra commedia e dramma, capace di ricordare che le seconde possibilità possono arrivare da incontri improbabili. Ma chi sperava in un’opera in grado di trascendere il tono rassicurante per affrontare con decisione le ombre di un’epoca o per reinventare il racconto di un’amicizia fuori dall’ordinario resterà inevitabilmente un po’ deluso.

02/10/2025

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