Il testamento di Ann Lee

Il testamento di Ann Lee


Mona Fastvold

Biopic, Drammatico, Musical, Storico | Regno Unito, Svezia, Usa
(2025)

Mona Fastvold realizza il suo terzo lungometraggio dopo “The Sleepwalker” (2014) e “Il mondo che verrà” (2020): come quest’ultimo, prosegue nella direzione del film storico, ampliando tuttavia il proprio raggio d’azione a una serie di sottogeneri e di tematiche.  “Il testamento di Ann Lee”, infatti, vorrebbe unire il period drama al musical, al biopic, al romanzo di formazione e a una componente politica femminista. Tuttavia, la regista non riesce in questo intento ambizioso, dando luogo a una somma di elementi che non vengono sviluppati e nemmeno amalgamati tra loro, finendo col dar luogo a un trito e noioso accatastamento di componenti svincolate le une dalle altre.

La componente musical si caratterizza infatti per delle canzoni alla lunga ripetitive, oltre che per una regia sempre uguale a se stessa perché incentrata sulla predominanza delle coreografie. La regista sceglie di valorizzarle attraverso inquadrature che riprendono le scene corali tramite campi lunghi e totali, oltre che tramite delle sequenze non frammentate da un montaggio che avrebbe potuto conferire dinamismo e ritmo tramite la giustapposizione di piccole scene, ma scegliendo invece di accompagnare i balli realizzando delle inquadrature mediamente lunghe.

Il dramma storico, invece, si concretizza nelle magnifiche ambientazioni e nei bellissimi costumi d’epoca, talmente splendidi da peccare di irrealtà: i volti degli attori sono sempre perfetti, come i loro vestiti sono costantemente immacolati. Lo sporco, il lerciume, la polvere e il fango sembrano non esistere nella società inglese del XVIII secolo e nella classe operaia in cui è ambientata la vicenda raccontata dal film. Il biopic con un soggetto mistico (quindi un “mistical”?), il Bildungsroman esoterico ha per protagonista Ann Lee, la donna che, in seguito a visioni mistiche, fondò la setta religiosa degli “Shaker” negli Stati Uniti. Il film, tuttavia, si limita a raccontare passivamente i fatti maggiormente salienti della vita della protagonista, senza davvero interrogare il proprio oggetto in nessun modo: non aderisce a esso partecipandovi attivamente, aderendo alla dottrina di “Mother Ann” e parteggiando per quest’ultima, così come non lo interroga analizzandolo e criticandolo apertamente.

La componente politica, e in particolare femminista, del lungometraggio è ugualmente sciatta perché trattata in modo superficiale e banale: trattando di una donna che nel 1700 si mette a capo di una comunità religiosa, il soggetto è chiaramente aperto a una riflessione politica. Tuttavia, Mona Fastvold non approfondisce nemmeno questa componente, limitandosi a evocarla senza approfondirla, paritariamente a tutti gli altri aspetti del lungometraggio. Se infatti si sostituisse la protagonista con un uomo, il film non cambierebbe: questo è evidente in particolare nella seconda metà, quella in cui la sessualità è stata definitivamente bandita dalla setta e qualsiasi collegamento con il corpo e l’identità femminile (presente nella prima parte in cui, ad esempio, vengono raccontati i parti di Ann) viene meno.

Il film è quindi un miscuglio di tanti elementi non amalgamati perché privi di un centro di interesse, di un’idea o di una tematica che permetta di orientare questa congerie in modo da assumere una forma precisa.  Ciò che risulta alla fine è una poltiglia di componenti diverse, un contenuto policromo che non nasconde altro che un vuoto profondo, una mancanza di senso che disorienta lo spettatore oltre che, oltretutto e colpevolmente, annoiandolo terribilmente. La distanza che viene posta fra il film e il pubblico è palese già all’inizio del film, quando la regista decide di dividere la narrazione in capitoli segnalati da schermate nere con scritte bianche. In tal modo, al fruitore viene dichiarata la natura finzionale del lungometraggio impedendone l’immersione nella vicenda e la sospensione della sua incredulità. Lo stesso avviene tramite le scene dei balli, che interrompono la continuità della trama con degli inserti musical: siamo nel regno della finzione esibita e mostrata continuamente allo spettatore che viene così relegato ai margini del film invece che esserne assorbito.

Nella stessa direzione va la spiccata tendenza estetizzante della regista, centrale sia nelle scene di ballo, costruite spesso con la disposizione degli attori in modo simmetrico verso il centro dell’immagine in cui è regolarmente posta la protagonista, come anche nella fotografia, caratterizzata dalla predominanza di luci tenui e colori ocra, determinati dal diffuso impiego di candele e fuochi. Allo stesso modo, questa tendenza estetizzante si palesa negli inserti pittorici posti all’interno del film: ne sono esempi le visioni della protagonista (delle vere e proprie citazioni dai quadri di Eugène Delacroix) o nei campi lunghissimi che punteggiano la trama fungendo da intermezzi di separazione sintattica e mostrando per qualche secondo panorami cittadini e naturalistici, in modo da ricordare correnti pittoriche contemporanee alla vicenda raccontata nel film come il vedutismo e il paesaggismo alla John Constable.

“Il testamento di Ann Lee” è quindi un film irrisolto e incapace di suscitare un vero interesse nel pubblico, sia per fallimentare tentativo di fondere vari generi ed elementi, sia nella superficialità con cui queste componenti del lungometraggio (non) vengono trattate, finendo paradossalmente con l’espellere lo spettatore dal meccanismo narrativo. 

16/03/2026

Cast e credits

Titolo Originale
The Testament of Ann Lee
Distribuzione
Searchlight Pictures
Durata
136'
Produzione
Annapurna Pictures, Film i Väst, Gotafilm, Intake Films Production, Kaplan Morrison, Searchlight Pic
Sceneggiatura
Brady Corbet, Mona Fastvold
Fotografia
William Rexer
Scenografie
Samuel Bader
Montaggio
Sofía Subercaseaux
Musiche
Daniel Blumberg
Costumi
Malgorzata Karpiuk

Trama

Nell’Inghilterra di metà XVIII secolo, Ann Lee diventa la guida spirituale della setta religiosa degli “Shakers” e porta i suoi discepoli Oltreoceano per fondare una nuova comunità retta da principi religiosi e messianici.
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