L’avvio è, tuttavia, intrigante. Una famiglia trucidata a pugnalate, uno dei figli sopravvissuto ma in coma. Un enigma che nei primi movimenti si infittisce e incupisce. Dall’aggressione iniziale ripresa in soggettiva, e che ci ricorda alcune pagine della storia del cinema scritte in modo magistrale dal nostro Argento, al repentino cambio di registro di ripresa aderente a standard televisivi (nello specifico siamo dalle parti di “The Killing”) si passa con uno sgomento che non può lasciare spiazzato lo spettatore. Al contempo la narrazione delle vicende inscenate lascia quella strana e fastidiosa sensazione che il testo dal quale il film è stato tratto possa essere molto più interessante di questa mediocre trasposizione che nemmeno nel twist finale riesce a risollevare l’animo oramai afflitto del pubblico, anzi rischia di scivolare nel ridicolo involonatrio. Ma la principale pecca de “L’ipnotista” è la sciatteria con cui sono stati costruiti i personaggi (in particolar modo l’investigatore di turno) che non riescono a suscitare alcun sentimento, alcuna immedesimazione tanto che la pellicola risulta alla fine dei conti un girare in tondo di personaggi per i quali non si riesce ad empatizzare.
Passando dall’horror argentiano al dramma familiare a là Bergman con una disarmante semplicità – un mix questo che se ben giocato sarebbe potuto essere un notevole punto di forza – “L’ipnotista” è un thriller con troppo poco thrill, un racconto che si perde come cartolina sbiadita di un freddo nord del quale solo opacamente percepiamo la tragica poesia perchè tutto si risolve in un susseguirsi di vicende che lo spettatore deve accogliere facendosi recipiente e spengendosi passivamente, nelle quali non può fiondarsi, immergersi nell’attivo abbandonarsi alla fantasia e all’immaginazione. Un buon film non è mai un prodotto, è una macchina che produce senso attraverso lo spettatore. “L’ipnotista” non è un buon film.
13/04/2013