Se gli anni 2000 sono stati, secondo qualcuno, gli anni 90 con un decennio in più, non pare assurdo reputare gli anni 10 come gli anni 80 svegliatisi dopo un sonno (un incubo?) durato non a caso quasi trent’anni. O perlomeno così sembra vogliano essere narrati. Questo spunto avrebbe potuto spingere i realizzatori di “It” a perseguire una vera
trasposizione del capolavoro di King e rendere così il giusto omaggio a quella, all’immaginario 80s e al loro, necessario, tradimento. Ci si può anche domandare cosa abbia spinto la New Line Cinema a optare per la forma filmica invece che mantenere la fluvialità della narrazione in un formato seriale, tra l’altro nel suo periodo di maggiore affermazione. Domande che dimostrano la loro irrilevanza di fronte agli incassi record e alle lodi continue, spropositate, che la pellicola ha ricevuto, anche da
fonti non così prevedibili. Comunque si può tentare di immaginare come sarebbe potuta essere un’ipotetica serie di “It” scritta e diretta da, per fare due nomi, James Wan o da David Robert Mitchell. Quest’ultimo autore d’altronde del
film che per la sua atemporalità, per la mutevolezza delle incarnazioni dell’orrore e per il mancato timore del grottesco, e quindi del tragico che è al contempo buffonesco (e l’opera di King fra omicidi inverosimili, legioni di morti che parlano dai lavandini e orge prepuberali non ne era certo priva), è il più fedele e al contempo originale discendente dell'”It” primigenio nel panorama cinematografico attuale. Per venire confermati nei propri timori o sorpresi nelle proprie speranze, come già fatto dall’a suo modo riuscito primo film non resta che attendere il sequel del progetto di Muschietti.
Appunto, “It Follows“.