L’isola dei ricordi

L’isola dei ricordi


Fatih Akin

Drammatico | Germania
(2025)

Fatih Akin non avrebbe dovuto dirigere “L’isola dei ricordi”. La produzione aveva affidato la regia a Hark Bohm, già autore della sceneggiatura, che nella narrazione aveva messo tutto di sé perché “L’isola dei ricordi” è la storia della sua infanzia vissuta sull’isola tedesca di Amrum, lungo la costa del Mare del Nord – Amrum è anche il titolo originale del film. Hark Bohm è morto nel 2025 senza possibilità di prendere in mano la macchina da presa e Fatih Akin, co-sceneggiatore, si è assunto l’incarico di portare il film a compimento.

Una decisione che non sorprende, se si conosce il regista: Fatih Akin, nato ad Amburgo da genitori turchi, ha all’attivo una filmografia che alterna opere piuttosto note (“La sposa turca“, 2004, “Oltre la notte“, 2017) ad altre meno popolari (“Il mostro di St. Pauli“, 2019), rimanendo sempre fedele alla sua smisurata passione per il cinema e alla sua profonda empatia verso l’essere umano. Pare quindi naturale la scelta di portare alla luce una storia di formazione ricavata dai ricordi d’infanzia di un amico e professionista del cinema come Hark Bohm, che con “L’isola dei ricordi” crea un microcosmo circondato dall’acqua in cui esplodono le contraddizioni dell’umana natura.

Sono gli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale e sull’isola di Amrum c’è penuria di cibo. Il giovane Nanning (un ottimo Jasper Billerbeck) aiuta nei campi per portare a casa un po’ di burro e patate. Casa di Nanning è grande, curata e piena di libri. Ci vive con la zia, la cugina, il fratello e la madre (Laura Tonke), fiera sostenitrice del regime. Il padre è un pezzo grosso del partito, scrive libri di propaganda ed è al fronte a combattere per il Fürher. Nanning discende da una stirpe di balenieri: ad accogliere l’ospite all’ingresso della casa stanno due denti di balena curvati ad arco, poco distanti dalla bandiera nazista. Il 1° maggio 1945 la radio annuncia la morte di Hitler e la madre partorisce una bambina. Prostrata dalla sconfitta della Germania, si rifiuta di mangiare ma esprime un desiderio: ha una gran voglia di pane, burro e miele, alimenti quasi impossibili da reperire sull’isola. Così Nanning, che è un bambino sensibile e preoccupato, si sente investito da una missione: avrebbe trovato il pane, il burro e il miele per la madre, e lei sarebbe tornata a mangiare, a ogni costo.

“L’isola dei ricordi” prende la forma di un viaggio dell’eroe, che compie un percorso di formazione alla ricerca degli ingredienti perduti. È un viaggio costellato di difficoltà e popolato da personaggi che, come in ogni favola, non hanno vita propria ma sono funzionali al progredire del viaggio e a dare all’eroe una consapevolezza in più. Viene subito in mente “Jojo Rabbit” ma Fatih Akin spoglia la narrazione dal surreale, che di “Jojo Rabbit” era l’elemento distintivo, e la rende sobria e piuttosto diretta, senza scivolare nell’imbuto del moralismo.

Nanning entra più volte in contatto con la morte ed è una morte causata dalla guerra per cui avverte orrore e una mancanza generale di senso. Privo di senso è in fondo il motivo di tanto odio, di cui la madre si nutre ottusamente e che gli trasmette come un dogma, rendendo gli abitanti dell’isola sospettosi e diffidenti nei suoi confronti – perché, si chiede, non può anche lui festeggiare con loro la fine della guerra? In questa cornice, poco conta la fine che fa quel pane con burro e miele, perché Nanning inizia a sviluppare un pensiero autonomo e la sua coscienza, risvegliata, esce dalla bambagia dell’innocenza. Così l’eroe supera l’odio e permette all’istinto del bene di germogliare, tendendo la mano a un nemico invece di girare le spalle. 

Il film è anche un canto d’amore per Amrum. L’isola è un lembo di terra che appare silenzioso e desolato, in cui il tempo è come in attesa di qualcosa. E qualcosa effettivamente accade, anche se arriva sull’isola con echi lontani, spartiacque tra un prima e un dopo, tra l’infanzia e la fine dell’innocenza. La fotografia di Karl Walter Lindelaub cattura perfettamente l’atmosfera sospesa e la maestosità dell’isola, indugiando sull’erba incolta che si muove al vento e sul cielo d’acciaio, e regalando immagini di rara bellezza.

In definitiva, Fatih Akin adotta un film non suo ma lo porta sullo schermo con grande rispetto e umanità, come dimostra quell’ultima scena: è un Hark Bohm anziano a chiudere il racconto, mentre guarda l’orizzonte sulle rive di Amrum e pare fare pace con la storia della sua famiglia.

16/03/2026

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