L’isola di Andrea

L’isola di Andrea


Antonio Capuano

Drammatico | Italia
(2025)

Raccontare la tragedia del quotidiano è, nel linguaggio cinematografico, una delle sfide più ardue. Ed è tale la sfida affrontata da Antonio Capuano ne “L’Isola di Andrea”, la storia di un dramma tanto comune da sembrare ormai eccedente ogni rappresentazione: una separazione coniugale e un figlio conteso. Non un evento straordinario, non una grande parabola, solo la cronaca minuta di una ferita domestica, condivisa da molti, e per questo ancora più invisibile. Eppure, è proprio in questa paradossale ordinarietà – il tentativo di dare nuova forma cinematografica a un dolore diffuso e quotidiano – che si trova il vero cuore del film.

Capuano parte da un’esperienza reale, raccolta attraverso appunti, note, e testimonianze, per poi ricomporla in un mosaico di intuizioni e sfumature emotive. Ne risulta un racconto che procede per scarti, oscillazioni, sbalzi improvvisi: i personaggi mutano espressione e intenzione da un momento all’altro, in un continuo passaggio tra consapevolezza e rimozione. L’impressione ricercata dal regista è quella del reale colto nel suo defluire, nella sua natura incoerente e non mediata, più che nella costruzione di una trama lineare. Si tratta di un realismo imperfetto, che si nutre di esitazioni e silenzi, e che ambisce a farci sentire testimoni più che spettatori.

A questa ricerca di verosimiglianza Capuano intreccia elementi che ne sono l’opposto: fughe oniriche, inserti surreali, rotture della quarta parete. L’intento sembra essere quello di far emergere il sottotesto emotivo, il subconscio, i movimenti interiori che le parole non esprimono mai pienamente. Un principio, seppure suggestivo, dall’esito spesso incerto: la commistione tra realtà e sogno non trova sempre un equilibrio, e, a livello di linguaggio cinematografico, lo sviluppo finisce per risultare disomogeneo, sparpagliato, più frammentato che complesso.

Negli interpreti, si ritrova invece il nucleo più autentico della pellicola. Teresa Saponangelo e Vinicio Marchioni, nel ruolo dei genitori, incarnano con trasporto questo doppio registro, tra quotidiano e visionario, restituendo al contempo la stanchezza, la rabbia, ma anche l’intensità di un legame esausto. Il figlio Andrea rimane una presenza sospesa, figura di un’infanzia che comprende più di quanto lasci percepire. In questi volti – inquieti, vulnerabili, attraversati da brevi attimi di verità – si avverte la mano di un autore ancora attento all’umano.

Eppure, è sul piano della messa in scena che “L’Isola di Andrea” mostra le sue più evidenti fragilità. La scelta della luce naturale, l’implementazione della camera a mano, gli interni domestici, la quasi totale assenza di accompagnamento sonoro: scelte che rimandano a un’idea di cinema spoglio, quasi documentaristico, ma che rischiano di trasformarsi in povertà visiva. I volti, anziché emergere, si perdono in controluce, le oscillazioni di macchina diventano intrusive, la composizione delle immagini appare spesso disordinata. La semplicità, anziché rivelare l’essenziale, scivola in un’estetica imprecisa, di cui traspaiono più i limiti tecnici che una poetica consapevole. A ciò si aggiunge una certa dissonanza tra lo sguardo e l’oggetto narrato: la rappresentazione dell’infanzia, in particolare nel rapporto con le tecnologie e con il mondo contemporaneo, evidenzia un’ingenuità sincera ma quasi disallineata con il presente, a tratti retorica.

Capuano, autore che ha saputo raccontare l’infanzia ferita e il conflitto familiare in opere come “Vito e gli altri” e “La guerra di Mario“, conserva qui la medesima urgenza, ma la declina in un linguaggio che mostra segni di stagnazione, di perdita di incisività. “L’Isola di Andrea” appare quindi come un film in bilico tra memoria e attualità, tra desiderio di autenticità e fragilità espressiva. Rimane, al di là di limiti e sbavature, la sincerità dello sguardo. In un’epoca in cui il dolore privato è spesso spettacolarizzato o banalizzato, Capuano cerca di restituirlo nella sua forma più sobria e vulnerabile, ricordando come la famiglia sia un sistema fragile, dove l’equilibrio è spesso un atto di finzione, e in cui è l’infanzia a pagare il prezzo più alto. “L’Isola di Andrea” è quindi un film irregolare, imperfetto, che non riesce a trasformare la semplicità in rigore né l’intimità in forma, ma che resta come un gesto onesto, forse nostalgico, di un autore ancora ostinato a misurarsi con il reale.

29/09/2025

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