Se d’istinto la presenza di due mostri sacri come Shakespeare e De Filippo poteva far pensare a un’operazione squisitamente intellettuale, calcolata a priori – come capita in operazioni di questo genere – per sfruttare i vantaggi derivati dalla reverenza che pubblico e addetti ai lavori solitamente hanno quando si tratta di confrontarsi con un simile cotè culturale, al contrario la visione del film smentisce questa ipotesi: un po’ perché il tono generale e in particolare quello adottato da Rubini per incarnare il suo personaggio rasenta la pochade (soprattutto quando si tratta di riprendere gli elementi più indisciplinati della sua compagnia), un po’ perché a Cabiddu riesce ciò che di solito risulta la cosa più difficile da raggiungere che è quella di saper trasferire l’universalità dei classici, in un contesto narrativo coerentemente autonomo – e la “La stoffa dei sogni se lo crea in modo naturale – e con una forma cinematografica che avendo nel suo dna profili come quelli dei nostri due campioni riesce a scongiurare il pericolo di scadere nel cosiddetto “teatro filmato”; oppure di ricalcare schemi ultra sfruttati come quello della sovrapposizione tra arte e vita che le analogie tra i personaggi di finzione e quelli shakesperiani potevano in qualche modo autorizzare. Sotto questo profilo, ed è questo il primo punto a favore del regista, “La stoffa dei sogni” è cinema tout court a partire da uno sguardo che predilige il paesaggio naturale – quello dell’Asinara, selvaggia e ancestrale quanto basta per evocare i fantasmi che agitano le anime dei protagonisti – e gli spazi aperti, privilegiati non solo quando si tratta di seguire gli incontri clandestini di Miranda, la figlia del direttore segretamente innamorata di Ferdinando, il figlio del boss camorrista creduto morto dal padre – Don Vincenzo interpretato da Renato Carpentieri – a sua volta costretto insieme ai suoi sgherri a fingersi attore per evitare di ritornare in cell; ma anche, e diremmo soprattutto, nel momento in cui il film dopo aver stabilito i rapporti di forza tra i personaggi e aver fatto dell’Arte (Campese) l’ago della bilancia tra Giustizia (De Caro, il direttore del penitenziario interpretato da Ennio Fantastichini) e Malaffare (Don Vincenzo) – allegoricamente impegnate a riprodurre i tentativi di condizionamento subiti dall’artista – si concentra sulla rappresentazione del processo creativo costituito dalle sessioni di prova organizzate da Campese nel cortile interno del carcere che la fotografia di Enzo Carpineta e la bellezza dell’isola trasformano per l’occasione in una sorta di anfiteatro greco.
Ora se è vero che il cinema di Cabiddu è distante anni luce dalle forme di intrattenimento dei prodotti commerciali e che i modelli culturali trasfigurati nel suo film appartengono alle vette della drammaturgia di ogni tempo a stupire è la naturalezza con cui “La stoffa dei sogni” riesce a convogliare il suo patrimonio letterario in una storia attraversata da miserie e nobiltà che appartengo tanto alla commedia popolare che al lungometraggio d’autore. In questo senso la scelta di Sergio Rubini corrisponde perfettamente all’idea di un opera che valorizza le sue eccellenze senza darsi arie e anzi facendole sembrare più il frutto di un espediente occasionale che il risultato di una concentrazione di talenti a cui Cabiddu offre meritatamente il palcoscenico.
04/12/2016