Ecco allora che un lungometraggio quale “Lasciati andare”, proprio per ciò che abbiamo detto poc’anzi e nell’eccezionalità che mette in campo, acquista valore ancora prima di essere visto: in cartellone infatti ritroviamo in un colpo solo alcuni dei talenti più importanti del nostro cinema, interpreti che da soli rappresentano il meglio delle loro generazioni. A cominciare da Toni Servillo che, per la prima volta in carriera, decide di affrontare una commedia tout court, di quelle pensate – e “Lasciati andare” ha questo obiettivo – al solo scopo di far ridere il pubblico e di mantenerlo leggero per tutta la durata della storia; e continuando con Luca Marinelli. il quale, a dispetto di un physique du role da attore protagonista, si cimenta sempre più spesso in parti da caratterista (lo ricordiamo in “Slam – Tutto per una ragazza”), come quella dello svalvolato malvivente che ad un certo punto della storia si ritroverà faccia a faccia con il protagonista del film, lo psicanalista Elio Venezia (Servillo, appunto), refrattario a qualsivoglia empatia con il prossimo e però costretto per motivi di salute ad accettare la compagnia di un’effervescente personal trainer (la spagnola Verónica Echegui) la quale, mentre cerca di rimetterlo in forma con sedute di allenamento giornaliero, lo costringe a diventare partecipe dei suoi problemi e quindi ad uscire dalla zona di comfort che l’uomo si era costruito per difendersi dalle ostilità – vere o presunte – del mondo circostante.
Certo: un personaggio come quello del grumpy old man burbero e scostante ma in fondo tenero e compassionevole è tutt’altro che una novità sia nel cinema italiano che in quello internazionale; allo stesso modo non è la prima volta in cui capita di vedere la vicenda scaturire ed evolversi attraverso l’incontro di due personaggi socialmente e caratterialmente agli antipodi e però costretti dagli eventi a una convivenza tanto forzata quanto foriera di futura amicizia. Lo abbiamo visto in molti film di Verdone, ad esempio, e nel recente “Il padre d’Italia” (il rapporto affettivo-conflittuale tra i due protagonisti), ad emanazione più o meno diretta dal seminale “Qualcosa di travolgente” di Demme. E’ altrettanto vero, però, che sequenze come quella in cui Elia/Servillo sottopone Ettore/Marinelli (che insieme al suo complice citano con profitto l’altrettanto sballata coppia W.Hurt/K.Reeves in “Ti amerò fino ad ammazzarti” di Kasdan) a una surreale seduta d’ipnosi, o un’altra in cui lo stesso Elia persuade Ettore a desistere dai suoi propositi criminali, risultano addirittura inedite per una commedia se valutate dal punto di vista della qualità dei singoli interpreti e dell’alchimia a cui danno vita, al punto di ripagare lo spettatore del prezzo del biglietto. Inoltre, se la recitazione di Servillo, compassata e in sottrazione, trova corrispettivo nella sceneggiatura di “Bruni/Amato/Lantieri, contrariamente a una tendenza piuttosto consolidata, priva d’enfasi anti-retorica, lo stile di regia oscilla con equilibrio tra i toni da commedia sofisticata della prima parte e le aperture slap-stick della seconda.
15/04/2017