“Puccini e la fanciulla”, al contrario, è per fan di Paolo Benvenuti. Ammesso che ce ne siano: difficile che il regista possa conquistarne di nuovi con questo suo ultimo lavoro, viste le difficoltà distributive che sta incontrando, malgrado i finanziamenti pubblici a pioggia. E’ molto triste che un autore del suo talento (tra i più grandi in Italia) non riesca neanche a portare i suoi film nelle sale di tutto il Paese. Specie opere come questa, che richiederebbero più di una visione soltanto per comprenderne la trama. Figuriamoci per apprezzarne riferimenti, sfumature, idee.
Chi è alla ricerca di un linguaggio cinematografico non convenzionale (ma nemmeno velleitario) dovrebbe comunque cercare di recuperare questa affascinante elegia. Che rinuncia ai dialoghi, ma impiega le epistole tra Puccini e le persone che lo circondano a mo’ di didascalie del muto lette a voce alta; che affida a pendoli e metronomi (come in “Sussurri e grida”) la scansione del tempo; che regala una sequenza a tutti gli effetti buñueliana (una telefonata all’ufficio del personale dell’Ansaldo di cui non udiamo le parole, sovrastate dal suono dei macchinari della fabbrica); che presenta anche vaghi echi hitchcockiani (il ricorso alle ombre in senso espressivo); che sa dare un certo ritmo (grazie a un intelligente montaggio del sonoro) a una narrazione compassata, volta a raccontare una vicenda carica di tensioni, rancori, diffidenze, ingiustizie.
Ma al di là dei rimandi che si possono più o meno a sproposito trovare, “Puccini e la fanciulla” resta soprattutto un’opera dell’autore di “Gostanza da Libbiano”: magistralmente controllata, visivamente seducente, impegnativa per lo spettatore. Purtroppo, non del tutto risolta, poiché il regista sembra non sapersi decidere tra lo sviluppare una storia complessa sulla base di una sceneggiatura articolata o l’affidarsi principalmente alle suggestioni delle immagini. E da chi ha nelle proprie corde il capolavoro, è d’obbligo esigere la perfezione, o quasi.
14/07/2009