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recensione di Ilaria Di Santo
7.0/10

Con "Pillion" – adattamento della novella "Box Hill" di Adam Mars-Jones – l’esordiente Harry Lighton affronta un materiale narrativo scivoloso senza cercare attenuanti né scorciatoie. L’Inghilterra suburbana e working class che fa da sfondo alla vicenda non è tanto un contesto sociologico, quanto una cornice neutra contro cui risalta l’irruzione di un desiderio che destabilizza gerarchie affettive e coordinate identitarie.

Colin (Harry Melling) è un giovane mite, ancorato al perimetro domestico, sospeso tra impiego modesto e malinconiche esibizioni in un coro a cappella; Ray (Alexander Skarsgård) incarna invece un modello iper-codificato di virilità: leader carismatico di un club di motociclisti gay, corpo statuario, parola scarna, controllo assoluto. L’incontro tra i due, innescato senza sentimentalismi, struttura una relazione BDSM fondata su regole dichiarate, consenso esplicito, asimmetria performativa. Lighton, tuttavia, non si limita a registrare una dinamica dominante/sottomesso: la interroga dall’interno, mostrandone le incrinature quando il gioco simbolico comincia a sfiorare un bisogno emotivo non previsto dal contratto.

Il film si inserisce in una tradizione iconografica precisa. Se l’associazione tra motocicletta e mitologia maschile affonda le radici nel biker movie classico – da "Il selvaggio" ("The Wild One", 1953) con Marlon Brando a "Easy Rider - Libertà e paura" (1969) con Peter Fonda – è soprattutto con "Scorpio Rising" (1964) di Kenneth Anger che il legame tra cultura biker, feticismo e omoerotismo trova una formalizzazione radicale. Lighton riprende quell’immaginario – cuoio, cromature, ritualità gerarchiche – ma lo depura dall’estetica allucinata e nichilista di Anger, scegliendo una messa in scena più controllata, quasi dimessa. Se Anger faceva della moto un feticcio erotico e politico insieme, Lighton la assume come metafora dichiarata: il pillion è il sellino posteriore, il passeggero senza controllo, ma è anche la posizione simbolica di Colin nella relazione.

La radicalità di "Pillion" non risiede tanto nell’esplicitazione delle pratiche sessuali – pure insolitamente frontali per un’opera destinata a circuiti non marginali – quanto nell’aver portato al centro del genere biker un personaggio come Colin: fragile, esitante, desideroso di essere guidato. La sua sottomissione non è presentata come perversione patologica né come vittimizzazione, bensì come forma di desiderio. È nel momento in cui tale desiderio si trasforma in aspirazione amorosa che il dispositivo si incrina. Ray, custode di un codice virile fondato su controllo e distanza, può accettare la devozione ma non la reciprocità. L’asimmetria erotica funziona finché resta confinata alla ritualità; diventa conflitto quando Colin solleva lo sguardo e reclama una parità che eccede il gioco.

Lighton costruisce il film su un equilibrio instabile tra commedia e mélo. Le scene collettive con il Gay Bikers Motorcycle Club – rumorose, ironiche, a tratti caricaturali – alleggeriscono la tensione e inscrivono la vicenda in una dimensione comunitaria. Ma è nei momenti di sospensione, nei silenzi tra i due protagonisti, che l’opera rivela la propria natura più complessa. La frontalità dello sguardo, l’assenza di giudizio morale, la scelta di non psicologizzare eccessivamente Ray contribuiscono a mantenere l’ambiguità: siamo davanti a una relazione abusante o a un patto che semplicemente evolve oltre i propri confini iniziali?

Rispetto ai modelli del passato, "Pillion" è meno incendiario sul piano politico ma più intimo su quello emotivo. Non c’è qui la minaccia antisociale delle gang fuori controllo; la ribellione non è contro la società, ma contro l’idea stessa che l’amore debba conformarsi a una grammatica unica. Il film suggerisce che ogni relazione – indipendentemente da genere e orientamento – è un campo di forze, un negoziato continuo tra potere e vulnerabilità.

Nel confronto fisico tra i due attori si materializza tale dialettica: la verticalità compatta di Skarsgård, moderno vichingo che sembra provenire da un’altra epoca, e la postura incerta ma progressivamente più salda di Melling, il cui volto mobile traduce il passaggio dall’euforia della sottomissione alla coscienza della propria dignità. Quando l’armonia distopica del loro accordo si incrina, "Pillion" abbandona i toni ironici e assume un registro più scopertamente melodrammatico, senza indulgere però in facili pacificazioni.

Un’opera prima sorprendentemente sicura nel proprio impianto; "Pillion" evita tanto la provocazione fine a sé stessa quanto la normalizzazione rassicurante. Interroga lo spettatore senza offrirgli coordinate morali preconfezionate. E nel farlo, restituisce alla mitologia del biker – da sempre fondata su una fratellanza virile ostentata – la sua componente latente, esponendola con una franchezza che, oggi, ha ancora qualcosa di destabilizzante.


24/02/2026

Cast e credits

cast:
Alexander Skarsgård, Anthony Welsh, Cristina Carty, Douglas Hodge, Harry Melling


regia:
Harry Lighton


titolo originale:
Pillion


distribuzione:
I Wonder Pictures


durata:
107'


produzione:
BBC Films, British Film Institute (BFI), Element Pictures


sceneggiatura:
Harry Lighton


fotografia:
Nick Morris


scenografie:
Francesca Massariol


montaggio:
Gareth C. Scales


musiche:
Oliver Coates


Trama
Colin è un giovane introverso che conduce un’esistenza ordinaria e protetta. L’incontro con Ray, carismatico leader di un club di motociclisti gay, lo introduce in un mondo regolato da codici rigidi e desideri espliciti. Tra i due nasce una relazione BDSM consensuale in cui Ray assume il ruolo dominante e Colin quello di sottomesso. Quello che inizialmente appare come un accordo fondato sul controllo e sull’erotismo si trasforma progressivamente in un legame più complesso, mettendo in discussione identità, potere e bisogno d’amore.
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