Ondacinema

recensione di Matteo De Simei
9.0/10

Mentre la sala Darsena ospita la prima assoluta di "Shame" alla 68° Mostra del Cinema di Venezia, all'esterno le prime voci di corridoio cominciano già a filtrare: l'opera seconda del talentuoso regista londinese Steve McQueen è marchiata da plurime immagini-scandalo che gridano alla "vergogna". La storia è quella di Brandon, facoltoso ed elegante uomo d'affari che incentra l'essenza dei suoi bisogni primari sul sesso, un bisogno che si tramuta in patologici e compulsivi atti onanistici e carnali. Un problema così intimo e radicato in profondità che la sua vita quotidiana trascorre senza che tutto ciò trapeli a livello esterno. Fino al corto circuito innescato dall'arrivo in casa della sorella minore Sissy che amplificherà l'impulso dell'uomo sino a condurlo in un vortice di perdizione e depravazione senza ritorno.

L'impatto di McQueen sul pubblico veneziano è sconvolgente. A testimonianza delle molteplici reazioni di sbigottimento e di ripugnanza di fronte alle immagini mostrate, in molti si chiedono se la vergogna del titolo sia solo quella vissuta da Brandon o se questa simboleggi piuttosto il sentimento dello spettatore, coinvolto suo malgrado ad assistere alle torbide pratiche messe in atto dal protagonista. Vergognarsi della vergogna altrui, disgustarsi in modo così profondo come se l'intera vicenda ci riguardasse personalmente. McQueen penetra con chirurgica precisione nelle coscienze di ognuno di noi. Ci spoglia e ci mette al muro, proprio come fa con il personaggio di Brandon.

"Shame" è un film dalla potenza devastante, che esprime con spiazzante facilità e commovente bellezza le pulsioni di un uomo messo a nudo dalla sua dignità. Come ha sottolineato lo stesso regista, Brandon è imprigionato mentalmente, isolato da qualsiasi relazione/comportamento che possa discostare dal sesso, unica vera fonte di nutrimento per la sua anima. McQueen persevera costantemente dinanzi a nudi integrali, ai rapporti sessuali e alle svariate forme di depravazione che il personaggio commette senza mai scadere in un eccesso fine a se stesso. Sesso, prostituzione e masturbazione divengono così le principali nature di un bisogno umano ed esistenziale che si riflettono con lampante autenticità su un tessuto sociale immerso sempre più nell'amoralità e nell'impudicizia, dove il concetto di vergogna sembra assumere una connotazione indefinibile col passare del tempo, dove l'istinto animale/darwiniano sembra tornare prepotentemente a galla e i valori che si direbbero autentici non trovano respiro tra i fotogrammi della pellicola, come se fossero andati persi. Brandon che origlia mentre la sorella al telefono piange d'amore e urla "ti amo". Lui che si dispera con lo sguardo perso nel vuoto perché in fondo lo vorrebbe anche lui. Non c'è amore in "Shame", non c'è affezione. Gli avvenimenti si succedono reiteratamente, meccanicamente, come un automatismo (il risveglio, la segreteria telefonica, il bagno). Il corpo nudo non ha pudori di nessun tipo, proprio per questo viene ossessivamente inquadrato, quasi a voler constatare la mancanza di un valore umano che sappia compensare a tutto ciò.

"Shame" pone in essere l'alienazione umana del nuovo millennio con un coraggio e un impegno encomiabili, riflettendo il nostro bisogno di emulare, come allo specchio. Quando intravede due persone che fanno sesso tra le vetrate di un palazzo, Brandon ricostruisce la stessa identica azione, rispondendo allo stimolo emulativo. L'alienazione trasuda in particolar modo da internet, fonte di illimitata pulsione sessuale e mezzo imprescindibile per affrontare problematiche e comportamenti che attanagliano la nostra nuova era. Emulazione è anche la parola chiave che riflette un determinato stile di vita che risponde ai canoni del potere e della realizzazione personale ("io sono responsabile, tu no" urla alla sorella piombata a casa sua). Le figure di Marianne e della sorellina Sissy costituiscono l'unica fonte di salvezza per Brandon. L'intermezzo destinato alla conoscenza e al mancato rapporto carnale con Marianne rivela tutta l'incapacità per il protagonista di abbandonarsi al sentimento naturale dell'innamoramento mentre la fragile Sissy tenta invano di rendere saldo il concetto di famiglia. Un percorso reso impraticabile dai (non rivelati) fantasmi del passato che riaffiorano, unito forse a una gelosia ossessiva nei confronti della sorella (non sarebbe azzardato vista la malattia dell'uomo porre all'origine di tale avversità le fantasie di un travagliato incesto fraterno).

McQueen consegna allo spettatore scene dal climax impressionante (il gioco di sguardi che culmina nella caccia alla preda nella metropolitana, lo sguardo dilaniato dal dolore mentre viene consumata l'orgia), piani sequenza magnifici e rivelatrici (il coinvolgente dialogo tra fratello e sorella sul divano, ripresi rigorosamente di spalle) e nella seconda parte scatena tutta la sua ira visiva in frenetici e sconvolgenti incontri omosessuali e orgiastici, scagliando definitivamente Brandon nel rogo dell'inferno. Le immagini si susseguono come anfratti alle putride parole di Baudelaire ("scopriamo un fascino nelle cose ripugnanti; ogni giorno d'un passo, col fetore delle tenebre, scendiamo verso l'Inferno, senza orrore" scriveva nell'introduzione a "I fiori del male") e storpiano con deplorevole cinismo la poetica di George Brassens ("On pleure les lêvres absentes de toutes ces belles passantes que l'on n'a pas su retenir"). La cura a tratti maniacale con cui vengono inquadrati i movimenti delle mani e del corpo denotano tutta l'impronta videoartistica del regista che, non a caso, sceglie New York come cartolina del suo racconto: "New York è una città che vive 24 ore su 24 e si capisce che Brandon doveva vivere lì, è il posto dell'eccesso, il suo habitat naturale. Per me New York stessa è un personaggio del film, dà sostegno a tutto il resto". Non potrebbe essere altrimenti visti gli imponenti grattacieli a vetro catturati dalla macchina da presa, le luci notturne che immergono la metropoli in un'atmosfera eterea, i muri imbrattati e sporchi che fanno da sfondo alle lunghe corse notturne di Brandon, la lenta "New York, New York" cantata da una strepitosa Carey Mulligan.

L'incursione veneziana di McQueen ricorda molto quella di Tom Ford avvenuta nel 2009 con "A Single Man". Entrambi esteti prima ancora che registi, entrambi maestri nel saper scoperchiare con irrisoria facilità il blocco emotivo dello spettatore e indurlo dinnanzi a sentimenti primordiali eppure così dannatamente complessi da rievocare con tale purezza in campo cinematografico. Entrambi hanno fatto vincere la Coppa Volpi ai loro protagonisti, Firth e Fassbender. A testimonianza di un cinema coinvolgente e appassionante, a tratti lirico. L'amore perduto, l'omosessualità e la solitudine di "A Single Man" ha molti tratti in comune con la desolata disperazione di "Shame". E non solo. La pellicola ricorda anche il dibattito scandalistico che ruotò attorno all'ultima fatica di Kubrick così come la cruda rappresentazione dei corpi di matrice cronenberghiana (le cicatrici e la meccanicità dei corpi rimandano inevitabilmente a "Crash") e non da ultimo quel Marlon Brando che in "Ultimo tango a Parigi" vaga senza meta e senza alcuna ragione di sopravvivenza, alla ricerca di sfrenate fantasie sessuali.
Ma ad influenzare "Shame" è soprattutto la precedente pellicola di Steve McQueen, che dopo l'esordio di "Hunger" riafferma con toni ancora più imponenti il binomio tra corpo e prigione. "Anche questo film riguarda la politica, "Hunger" parlava dell'Irlanda del Nord, qui si parla della politica attuale. Tramite internet la nostra vita è cambiata sessualmente, è cambiata la maniera in cui interagiamo". Bobby Sands e Brandon sono entrambi intrappolati in una cella senza spiragli di luce, il primo fisicamente, il secondo mentalmente. E se Bobby riesce almeno nell'impresa di governare la sua libertà, pur nella ristrettezza delle sue condizioni, grazie alla morte, Brandon si chiude a chiave dall'interno negando qualsiasi contatto con il mondo, rinunciando a vivere una vita sociale riconosciuta.

Prodotto dalla indipendente See-Saw Films, fotografato e montato a meraviglia rispettivamente da Sean Bobbitt e Joe Walker (gli stessi di "Hunger") e sorretto da una colonna sonora trainante di Harry Escott, "Shame" è la pellicola che consacra a mezzo mondo il tedesco naturalizzato irlandese Michael Fassbender, autore di una prova mastodontica e che lancia McQueen tra l'olimpo dei più importanti e influenti registi contemporanei. Parte della critica più autorevole pur elogiando sostanzialmente il film, ha parlato di sgradevolezza e del rischio di pedante lezione sociologica. Ma "Shame" è opera artistica e intimamente esistenziale, coraggiosa e ambiziosa (senza per questo risultare mai presuntuosa e offensiva) che pur navigando tra società e politica non scava nella retorica ma si impone sull'enfasi del pathos e delle emozioni; è il progetto di un regista che ha centrato il segno consegnando al cinema un argomento quasi impossibile da affrontare anche a causa delle controverse immagini, immagini che tuttavia si auto-scolpiscono nelle nostre coscienze, rimangono tatuate sulla nostra pelle, pronte a richiamare, nel caso ce ne fosse bisogno, cosa significhi oggi la parola "vergogna".


12/01/2012

Cast e credits

cast:
Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie, Michael Fassbender


regia:
Steve McQueen


titolo originale:
Shame


distribuzione:
BIM Distribuzione


durata:
100'


produzione:
See-Saw Films, Film4


sceneggiatura:
Steve McQueen, Abi Morgan


fotografia:
Sean Bobbitt


scenografie:
Judy Becker


montaggio:
Joe Walker


musiche:
Harry Escott


Trama
New York. Brandon è un uomo d'affari di successo malato di sesso. L'arrivo in città della sorella sarà l'occasione per cercare di debellare un'ossessione divenuta ormai patologica 
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