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recensione di Vincenzo Chieppa

"Zabriskie Point", undicesimo lungometraggio di Michelangelo Antonioni, si presta - forse più di ogni altra opera del regista ferrarese - a una duplice contestualizzazione. Da un lato, quella che colloca il film all’interno del suo percorso autoriale. Dall’altro, quella che lo inquadra da un punto di vista socio-politico e culturale, intendendo con quest’ultimo termine anche la contestualizzazione nel più ampio quadro del panorama cinematografico internazionale.

Nell’ambito della filmografia del regista, "Zabriskie Point" occupa la posizione mediana di quella che può essere considerata la sua seconda trilogia, quella dei film in lingua inglese, girati all’estero, con attori stranieri, in un decennio circa che va dalla metà degli anni Sessanta alla metà degli anni Settanta.
Formatosi nell’ambiente protoneorealista della rivista Cinema, ma anche come co-sceneggiatore di Rossellini ("Un pilota ritorna", 1942) e Giuseppe De Santis ("Caccia tragica", 1947) e come aiuto regista di Marcel Carné ("L'amore e il diavolo", 1942), Antonioni mette in pratica personalmente le proprie idee in una serie di cortometraggi documentari girati nella seconda metà degli anni Quaranta.
Il primo lungometraggio, "Cronaca di un amore" (1950), racconta una storia drammatica - e a tinte gialle - di sentimenti in un contesto borghese che mal si concilia con l’esperienza neorealista, che pure era già in una fase calante[1]. Un approccio, quello alle tematiche e agli ambienti borghesi, sostanzialmente confermato ne "La signora senza camelie", uscito lo stesso anno - il 1953 - di due esperimenti su pellicola invece più vicini all’analisi sociale propria del Neorealismo: il film a episodi, interamente girato da Antonioni, "I vinti" e l’episodio "Tentato suicidio" del film collettivo "L’amore in città", questo, invece, girato con Fellini, Lattuada, Lizzani, Risi, Maselli e sotto l’egida spirituale e concettuale di Cesare Zavattini, che firmò con Citto Maselli l’unico episodio davvero memorabile, la "Storia di Caterina".
Ancora un ritorno alle ambientazioni borghesi con "Le amiche" (1955), tratto da Pavese, film che sancisce in maniera definitiva l’attenzione del regista ferrarese al mondo femminile ("Do sempre molta importanza ai personaggi femminili, poiché credo di conoscere meglio le donne degli uomini", dirà[2]).
Uno sguardo - particolarmente attento all’universo femminile, appunto - che verrà consacrato nella celebrata "trilogia dell'incomunicabilità" ("L'avventura", "La notte" e "L'eclisse", usciti tra il 1960 e il 1962), preceduta dal solo film chiaramente (post-)neorealista di Antonioni, "Il grido" (1957), ambientato in un contesto popolare - la critica francese parlerà di "Neorealismo interiore".
"Il deserto rosso" (1964) rappresenta sostanzialmente un’appendice a colori della trilogia del 60’-’62, pur discostandosene sotto certi aspetti. Seguirà l’episodio "Il provino", del dimenticabile "I tre volti" (1965), il film con cui Dino De Laurentiis provò, invano, a lanciare nel firmamento cinematografico la stella della regina iraniana Soraya.
Ed ecco dunque il regista ferrarese emigrare - in realtà, costantemente sotto l’ala protettiva-produttiva di Carlo Ponti - per "Blow-Up" (1966), "Zabriskie Point" (1970) e "Professione: reporter" (1975), quella che appunto è identificabile come la trilogia in lingua inglese.
Ebbene, "Zabriskie Point" sembrerebbe avere poco a che spartire con i film di Antonioni girati fino al 1965, eppure in esso emerge la stessa inquietudine dei protagonisti delle opere precedenti, quel disagio esistenziale che viene universalizzato con la sua riproposizione ad altre latitudini. E infatti "Zabriskie Point" richiama, almeno da un punto di vista teorico, l’esperimento de "I vinti"; ha una (co)protagonista concettualmente vicina alle maggiori figure femminili - Lucia Bosè, Monica Vitti - rispettivamente dei primi film e di quelli del ‘60-’64; affronta un tema, quello dell’incomunicabilità, riconducibile quasi per antonomasia al regista ferrarese; infine, sviluppa un modello di cinema - lento, dominato dai silenzi, in cui prevale il fattore umano e sentimentale - chiaramente legato alle opere passate di Antonioni. Se vogliamo, "Zabriskie Point" è forse più rigorosamente antonioniano di "Blow-Up", in cui il regista tentò con tutta evidenza strade nuove, più teoriche.

È però con la contestualizzazione socio-politica e culturale che "Zabriskie Point" acquisisce in toto i suoi significati. Il film esce nel febbraio del 1970 ed è ambientato negli Stati Uniti, in particolare nel South-West, tra California e Arizona. Antonioni abbandona dunque la Swinging London di "Blow-Up" e si sposta negli States, in un periodo ben preciso, la fine di quegli anni Sessanta che avevano visto, nell’ordine: l’utopia collettiva rappresentata dall’elezione alla presidenza di un volto nuovo e giovane come John Fitzgerald Kennedy; lo shock della sua morte a Dallas; l’impegno militare in Vietnam e la successiva escalation; la lotta per i diritti civili e politici; le proteste studentesche; lo sviluppo delle controculture e la Summer of Love; il secondo shock, questa volta duplice, derivante dall’assassinio di Martin Luther King e di Robert Kennedy, con la conseguente, definitiva disillusione collettiva, solo parzialmente attenuata dall’impresa epocale del primo allunaggio.
"Zabriskie Point" è perfettamente calato in questo contesto, fin dalla sequenza iniziale, che mostra un’assemblea di giovani indetta in occasione di uno sciopero, in cui si confrontano diverse anime del movimento studentesco, da quella più teorico-rivoluzionaria dei bianchi radicali a quella più violenta ed esasperata dei neri del ghetto, che non vedono altra strada se non quella della lotta armata. La macchina da presa si muove continuamente, quasi incerta, tra le teste dei giovani, fotografando l’inquietudine degli studenti e insieme la frenesia di quei momenti, mentre in sottofondo echeggiano le note di "Heart Beat Pig Meat" dei Pink Floyd, cui Antonioni aveva commissionato la colonna sonora del film, integrata poi con alcuni pezzi rock, folk, pop: dai Rolling Stones ai Grateful Dead, dai Kaleidoscope agli Youngbloods.
L’introduzione del protagonista maschile, l’esordiente Mark Frechette - attore non professionista che dopo "Zabriskie Point" avrà una carriera cinematografica piuttosto breve, non soltanto a causa della morte prematura, a soli ventisette anni - permette di innestare nel film il tema dello scontro tra collettivismo, destinato a naufragare, viste le notevoli divisioni che si registrano all’interno del movimento, e individualismo, rappresentato proprio da Mark, che alla riunione se ne esce con una dichiarazione di intenti estremamente forte (l’essere disposto a morire, apparentemente per la causa), seguita subito dopo da una precisazione che denota la sua distanza rispetto al movimento e alle sue speculazioni intellettuali (è disposto a morire, ma non di noia, dice, sottintendendo la noia che gli ingenerano le riunioni in cui si parla e si teorizza). E infatti il ribelle Mark - un po’ didascalico Antonioni quando mostra il suo pick-up parcheggiato in una piazzola in cui è chiaramente indicato un "no parking" - passerà presto ai fatti, acquistando un’arma e partecipando a uno scontro a fuoco con la polizia, in cui rimarranno a terra uno studente e un agente: non sarà lui a sparare, ma l’intenzione c’era. E poi ruberà un aereo in una pista privata, con cui si recherà a est, verso la Death Valley, dove incontrerà Daria (Daria Halprin, altra esordiente), la coprotagonista che ha, apparentemente, una relazione con il suo capo, un dirigente della Sunnydunes, società che si occupa dello sviluppo urbano del deserto della California, mediante progetti dall’evidente taglio borghese. Anche Daria sta andando verso est, a Phoenix, in Arizona, su indicazione del suo capo/amante. La ragazza, però, ci sta andando in auto e i due hanno il loro primo incontro in una scena che richiama "Intrigo internazionale" di Hitchcock, con Mark che plana più volte con il suo aereo pochi metri sopra la macchina di Daria, e poi sopra di lei, scesa dall’auto: cielo e terra, due elementi che tentano di ricongiungersi in una danza vagamente sessualizzata e potenzialmente fatale.
Atterrato solo perché a corto di carburante, Mark conoscerà Daria e insieme attraverserà la Valle della Morte e uno dei suoi angoli più suggestivi, le dune rocciose, increspate, dai colori straordinariamente variopinti, di Zabriskie Point. Lì si consumerà l’unione carnale tra i due, prima di un commiato che sarà definitivo.

Da un punto di vista strettamente cinematografico, "Zabriskie Point" appare perfettamente calato nella stagione della New Hollywood, avviata con il trittico composto da "Il laureato", "Gangster Story" (1967) e "Easy Rider" (1969) e ancora in pieno sviluppo agli inizi del 1970. Una corrente cui il film può essere accostato - ma non ricondotto, a rigore - innanzitutto per il già citato utilizzo delle musiche pop-rock-folk, che Antonioni aveva già sperimentato in "Blow-Up", ma che per il cinema americano costituivano una relativa novità, introdotta appunto dalla New Hollywood e in particolare dalla colonna sonora de "Il laureato" firmata da Simon & Garfunkel. Ma soprattutto, a richiamare la New Hollywood, oltre chiaramente all’ambientazione spazio-temporale, sono i temi trattati, quelli dell’inquietudine e del disagio giovanile e delle proteste studentesche, che rappresenteranno quasi un sottofilone della corrente, costituendo tale argomento una netta cesura contenutistica rispetto al generale conformismo sociale del cinema classico.
In quello stesso 1970 in cui uscì "Zabriskie Point", furono infatti almeno tre i film americani - e quindi rigorosamente New Hollywood, etichetta che difficilmente può essere invece applicata a un autore europeo come Antonioni - a portare in sala il tema della contestazione studentesca. A maggio, dunque tre mesi dopo "Zabriskie Point", usciva "L’impossibilità di essere normale", diretto da Richard Rush, storia di uno studente e aspirante professore diviso tra le sue idee, che lo porterebbero ad abbracciare ancora una volta la contestazione, e la voglia di trovare una strada nuova e migliore per cambiare la società – quella, appunto, dell’insegnamento.
Un mese dopo usciva in America "Fragole e sangue" (di Stuart Hagmann, all’esordio), dopo un passaggio a Cannes che gli era valso il Premio della giuria: è senza dubbio il più famoso e il più focalizzato tra i film americani che ritraggono la contestazione studentesca, ispirato a fatti realmente accaduti alla Columbia University.
Sempre in quell’anno, qualche mese dopo, usciva poi "R.P.M. Rivoluzione per minuto", caduto in un relativo oblio, anche e forse proprio per il fatto che di film incentrati su quei temi iniziavano a essercene un po’ troppi.
Allargando il panorama dalla contestazione studentesca a una più generica contestazione giovanile, nei confronti dell’establishment e dell’impegno militare in Vietnam, e al tema delle controculture, si può evidenziare come in realtà le pellicole che affrontavano tali questioni fossero già presenti ben prima del 1970 - e ben prima, dunque, di "Zabriskie Point".
"Ciao America", di Brian De Palma, si concentrava già nel 1968 sui temi della guerra in Vietnam e della renitenza alla leva. Il già citato "Easy Rider", di Dennis Hopper, e "Alice’s Restaurant", di Arthur Penn, entrambi del 1969, erano invece focalizzati sul tema delle controculture.
Ma soprattutto, nel 1969 usciva "America, America, dove vai?" ("Medium Cool"), film di Haskell Wexler che ambientava una storia a soggetto nel bel mezzo della contestazione che nel 1968 era montata sempre più forte in diverse aree del Paese, in particolare durante le proteste scoppiate a Chicago in occasione della convention del Partito Democratico.
Tornando al 1970, di quell’anno sono anche i due più importanti film che documentano le controculture nei loro momenti aggregativi di massa, i concerti evento di fine anni Sessanta: "Woodstock – Tre giorni di pace, amore e musica", di Michael Wadleigh, e "Gimme Shelter", dei fratelli Maysles.
Dopo il ‘70 ci fu ancora qualche sporadico tentativo di tornare su quei temi, come nel caso di "Yellow 33" (1971), primo lungometraggio diretto da Jack Nicholson, incentrato sulla contestazione studentesca e la renitenza alla leva.

Insomma, "Zabriskie Point" si inserisce in un contesto cinematografico piuttosto nutrito, ma riesce a mantenere una sua originalità, che nel film si sviluppa soprattutto nella seconda parte, quella che - prendendo altre strade rispetto a quelle iniziali - si sposta negli stupendi scenari della Death Valley: dopo aver vagato tra le dune rocciose di Zabriskie Point si consuma l’annunciato amplesso tra Mark e Daria, avvolti dalla polvere del deserto e dalle note improvvisate di Jerry Garcia, un evocativo assolo di chitarra elettrica. In quel paesaggio inospitale, che si chiama Valle della morte mica per nulla[3], a sbocciare è invece la vita: le coppie intente a copulare si moltiplicano esponenzialmente, in una mitosi solo incidentalmente erotica, ennesima variazione sul tema della lotta tra Eros e Thanatos. È una delle scene più memorabili - almeno dal punto di vista visivo - del cinema di Antonioni, come memorabile è il finale in cui, dopo essersi separata da Mark, Daria raggiunge il suo capo/amante in una villa nel mezzo del deserto, una costruzione innegabilmente suggestiva ma priva di qualunque senso pratico, tanto da provocare la ribellione degli elementi a essa sottomessi: l’acqua che filtra tra le rocce sembra rappresentare il pianto, il lamento di una natura in cattività, portando anche la ragazza a sfogare il suo dolore. Daria, con una reazione puramente etica e spirituale, si raffigura l’esplosione della villa, un’ecpirosi redentiva, ripresa da diciassette punti macchina, che si conclude con le immagini della conflagrazione dei principali oggetti contenuti nella villa, simboli della produzione di massa (un frigorifero, una televisione, un guardaroba pieno di vestiti).

La critica al capitalismo, che nel finale si fa smaccata per mezzo dell’espediente onirico dell’esplosione, era già stata accennata nel film in vari altri punti: dai video promozionali della Sunnydunes in cui i villaggi borghesi in mezzo al deserto sono popolati da manichini, al jet privato presente sulla pista in cui Mark ruba l’aereo che poi ridipingerà completamente per renderlo strumento di propaganda antimilitarista e anticapitalista, ponendosi dunque in antitesi rispetto al jet degli uomini d'affari; fino alle battute pronunciate da quei turisti che, visitando Zabriskie Point, anziché essere rapiti dalla visione di un paesaggio così straordinario, non riescono a fare altro che immaginarne lo sfruttamento commerciale mediante la creazione di un drive-in. L’assurdità di quella famiglia borghese - e, per estensione, di un mondo che stravolge le più banali regole della logica spazio-temporale - è visivamente esaltata dal fatto che, in pieno deserto, sta trainando un motoscafo agganciato al pick-up.
Ma quella al capitalismo e al mondo borghese non è l’unica critica che Antonioni porta avanti in "Zabriskie Point". Sviluppando temi già affrontati da Hopper in "Easy Rider", il regista propone altresì un attacco ai principi retrogradi di quell’America incolta, conservatrice e reazionaria che usa la violenza per resistere al cambiamento: quando Mark e un suo sodale si recano nel negozio di armi per dotarsi di pistole e munizioni da usare asseritamente per la difesa delle proprie abitazioni (in realtà, contro i poliziotti), il titolare si raccomanda di trascinare dentro casa i malcapitati eventualmente colpiti in giardino, per non incorrere nell’abuso di legittima difesa. Nel pre-finale, invece, assistiamo alla tragica morte di Mark, il quale, dopo aver deciso di restituire l’aereo, viene atteso al varco dalla polizia - quella stessa polizia che in un’altra scena ignorava chi fosse Karl Marx -, che gli sparerà a sangue freddo quando ancora sta rullando sulla pista di atterraggio, senza alcuna remora e senza una reale necessità. È la rappresentazione di una violenza reazionaria priva di giustificazione, così drammaticamente simile al finale di "Easy Rider", con la sola differenza dell’esplicita attribuzione della responsabilità alle forze dell’ordine, anziché ai redneck di turno.
Come in "Easy Rider", inoltre, viene sviluppata l’idea del viaggio on the road da ovest verso est, ossia nella direzione opposta a quella dei pionieri che colonizzarono il far west. Come a rimarcare che un’era di illusioni si è conclusa e che non si può tornare indietro se non a costo della vita (Mark) o di una ineluttabile discesa a compromessi (Daria), con il mondo esterno ma non con la propria coscienza. Come a sottolineare che, una volta conquistato il territorio, si deve tornare indietro, alle origini, per cercare qualcosa di più profondo, la libertà.

All’epoca, "Zabriskie Point" rappresentò un flop piuttosto clamoroso: accolto male dal pubblico (gli incassi furono deludenti) e dalla critica, il film attirò su di sé accuse di semplicismo e formalismo, che un autore europeo giunto a confrontarsi con il contesto americano non poteva del resto non convogliare, visto anche il taglio esplicito e chiaramente provocatorio dell’opera. Più accorto era stato Roman Polanski - che qualche anno prima aveva intrapreso lo stesso percorso in terra americana - decidendo di rifugiarsi nella metafora e nel paravento del genere con "Rosemary's Baby".
La critica americana, in particolare, fu caustica e intransigente, come avverrà dieci anni dopo con Cimino e il suo "I cancelli del cielo". A poco valse la difesa di Antonioni incentrata sull’universalismo delle sue idee e sul valore artistico e poetico - oltre che etico - della sua opera.
Del resto, il regista aveva compiuto un’operazione di grande coraggio e onestà, scontrandosi con il proprio background culturale (Antonioni era cresciuto in un ambiente medio-borghese) e portando agli estremi la propria visione critica della società: anche gli altri suoi film precedenti (o almeno molti di essi), di fatto, criticavano il mondo borghese, ma mai con l’esplicita dirompenza di "Zabriskie Point". Al più, il contesto borghese dei precedenti film aveva fatto da sfondo alla rappresentazione di soggetti inariditi, angosciati, avvinti da un profondo disagio esistenziale, con una critica sociale che aveva dunque un taglio prettamente individualista, senza acquisire i toni dello scontro frontale presenti in "Zabriskie Point".
Antonioni aveva portato un tocco di autorialità a un movimento - quello della New Hollywood, appunto - che si stava formando e stava sperimentando sul campo, e che aveva bisogno come il pane degli insegnamenti e dell’esempio dei maestri europei. Non a caso, "Blow-Up" sarà preso a modello da due grandi opere di quella corrente, "La conversazione" di Francis Ford Coppola e "Blow Out" di Brian De Palma.
Prevalse invece l’atteggiamento di chiusura da parte di chi, evidentemente, mal sopportava il giudizio esterno e si sentiva minacciato nei propri (presunti) valori e (instabili) fondamenti dalla profezia antisistema di una Cassandra giunta a vaticinare dalla lontana Europa.

Note
[1] Come avvertito del resto dallo stesso Antonioni, che affermò come "in quegli anni attorno al 1950 (…) quella prima fioritura di film, pur così valida, incominciava già a dare segni, secondo me, di una certa stanchezza" (cit. in Giorgio Tinazzi, "Michelangelo Antonioni", Il Castoro, 2013, pag. 5).
[2] Ivi, pag. 15.
[3] La Death Valley è un’area desertica che ospita il punto più basso degli Stati Uniti continentali - la depressione di Badwater, a 86 metri sotto il livello del mare - e in cui si registrano regolarmente le temperature più elevate del Nord America.


12/04/2024

Cast e credits

cast:
Mark Frechette, Daria Halprin, Rod Taylor


regia:
Michelangelo Antonioni


titolo originale:
Zabriskie Point


durata:
110'


produzione:
Carlo Ponti


sceneggiatura:
Michelangelo Antonioni, Tonino Guerra, Sam Shepard, Clare Peploe, Fred Gardner


fotografia:
Alfio Contini


scenografie:
Dean Tavoularis


montaggio:
Franco Arcalli, Michelangelo Antonioni


musiche:
Pink Floyd, Jerry Garcia


Trama
California, fine anni Sessanta. Mark e Daria, due giovani ribelli, ciascuno a modo suo, si incontrano nella Death Valley dopo aver lasciato Los Angeles. Troveranno un’intesa fisica ed emozionale nel suggestivo scenario di Zabriskie Point.