Il film inizia nel 1775 con una regina ancora giovane ma già malata (Caroline Mathilde morirà di scarlattina a soli ventiquattro anni) ed esiliata che scrive ai due figli, il futuro re Federico VI e la principessa Luisa Augusta, raccontando la sua storia. In un lungo flashback vediamo come la regina arrivò a corte nel 1766, rendendosi subito conto che il matrimonio con Christian, oltretutto fedifrago impenitente, non sarebbe stato facile. Alicia Vikander (già notata nei panni di Kitty in “Anna Karenina”) è perfetta nel rappresentare gli entusiasmi e i dolori del personaggio, rendendo la sua regina credibile sia come eroina romantica sia come donna colta e il quasi debuttante Mikkel Boe Folsgaard è ottimo nel tratteggiare il sovrano, senza cadere nei tranelli che un ruolo simile avrebbe comportato (abilità che gli ha meritato il premio di Miglior Attore al festival di Berlino 2012, dove è stato premiato anche Arcel per la sua sceneggiatura, insolitamente ritmata trattandosi di un film storico). A tramare contro i monarchi ci sono la Regina Madre Juliane (una temibile anche se asciuttissima Trine Dyrholm, in un ruolo ben diverso da quelli che le affida solitamente Susanne Bier), matrigna del sovrano che sogna di vederlo spodestato in favore del proprio rampollo Federico, e l’ambizioso ma bigotto ministro Guldberg. Per tutti le cose cambiano quando due aristocratici caduti in disgrazia, Rantzau (Thomas Gabrielsson) e Brandt (Cyron Melville), portano a corte il medico illuminato Struensee (che ha il carisma di Mads Mikkelsen, anche se l’Hannibal Lecter televisivo è più a suo agio alle prese con le questioni di stato che non nelle faccende romantiche), ufficialmente per curare il sovrano, ufficiosamente per riportarli nelle grazie del re. Il dottore però non si limita a questo e, una volta diventato primo ministro, conquistata la fiducia del Re e il cuore della Regina, inizia tutta una serie di riforme liberali (a vantaggio del popolo e a scapito dei nobili) che cambieranno il volto del paese. Tali riforme però sono malviste, oltre che dall’aristocrazia, dall’esercito e dai ministri più conservatori, che vedono come fumo negli occhi la scalata sociale dei nuovi arrivati. Inoltre i due adulteri stranieri non sono proprio popolarissimi…ben presto il malcontento raggiunge i livelli di guardia e i cospiratori mettono a segno il colpo per arrivare al potere. Il racconto di questi anni di storia turbolenti è forse un po’ troppo, anche se comprensibilmente, sintetizzato e a farne le spese è anche qualche personaggio secondario; però il film si segue lo stesso con partecipazione. Alla fine si prova simpatia non tanto per gli amanti progressisti, quanto per quel Re malato, inconsapevole innovatore, manipolato da tutti, anche a fin di bene, ma pur sempre manipolato…
Girato nelle Repubblica Ceca (del resto la moda di Praga come ideale set cinematografico per i film in costume era stata inaugurata proprio dallo spettacolare settecentesco film di Forman), “Royal Affair” pur contando su una riuscita ricostruzione storica e su contributi tecnici notevoli come quelli dello scenografo Niels Sejer, della costumista Manon Rasmussen, del direttore della fotografia Rasmus Videbaek, oltre che sulle musiche di Gabriel Yared e Cyrille Aufort, sceglie però di non puntare tutto sulla forma come molti film in costume affidandosi al gioco degli attori e al ritmo dell’azione. Anche per questo il risultato è migliore del previsto.
29/08/2013