Il prodotto firmato Bekmambetov e diretto dall’esordiente Chaganty è infatti molto convenzionale quando deve muovere le proprie pedine per disegnare messaggi e ottenere conclusioni di senso valide su temi importanti: durante la visione è facile seguirlo per anticipare i passi del percorso concettuale proposto, allineandosi ai momenti di critica e a quelli di accorato sentimentalismo, abbracciando la riflessione su come la rivoluzione digitale abbia cambiato i paradigmi del nostro vivere e di come la nostra natura abbia piegato la realtà dei mezzi informatici. Si rivela invece meno scontato dopo la fine, quando ci si rende conto (in qualità di spettatori) di dover riconsiderare in prospettiva non solo quanto visto ma anche la modalità con cui si è visto, a causa dell’utilizzo della particolare prospettiva adottata, influente sull’ottica e sulla soggettività della visione e quindi responsabile della trasformazione dell’esperienza cinematografica in qualcosa di ibrido e dello spettatore in un utente interfacciato con la narrazione. Alla fine del film, risulta evidente di aver partecipato senza accorgersene a un’esperienza quasi transmediale, impacchettata per fini di certo commerciali ma ideata grazie a una consapevolezza del mezzo digitale incredibilmente raffinata e realistica.
L’elemento più notevole è il modo in cui questa scelta linguistico-visuale (che spinge la narrazione fuori dal perimetro diegetico verso la realtà oltre lo schermo) riflette un’intenzione specifica dell’autore: dimostrare i differenti usi del mezzo informatico a fronte della complessità degli esseri umani accentuando a livelli intimi la questione grazie alla sovrapposizione della prospettiva del protagonista con la prospettiva dello spettatore. In questo modo la forma si rivela il contenuto più avvincente e più comunicativo. Quello meno limitato dal respiro narrativo convenzionale e più vicino alla complessità dell’intrattenimento dell’era digitale; quello più sottile del tanto sottolineato tema della responsabilità genitoriale e meno dichiarato dei codici di genere tanto seguiti; quello in grado di comunicare ad alta frequenza messaggi apparentemente dormienti e invece vivaci, scattanti e decisi a crescere assieme all’intelligenza di chi li considera anche dopo l’uscita dalla sala, quando gli occhi tornano sugli schermi più piccoli e dentro le vite più grandi.
22/10/2018