Ovviamente al centro di tutto c’è ancora Will Smith: il personaggio della sceneggiatura di Grant Nieporte e il divo più famoso del pianeta sono un’unità inscindibile. È Smith il vero deus ex machina dell’operazione (è anche produttore), e aiutato dal fedele Muccino si cuce su misura un ruolo depresso, triste, vagamente cristologico (che ci sia Scientology dietro?). Tutto il film poggia sulle sue spalle, in quasi due ore di pellicola la macchina da presa non stacca mai dal suo volto: la prospettiva è quella dall’interno, e mira a mostrare al pubblico come si concepisca il dolore e il senso di colpa. Nel passato di Will Smith-Ben Thomas è difatti nascosto un terribile segreto, un mistero con cui il protagonista deve fare i conti ogni giorno. Un tragico errore a cui vuole rimediare cambiando, o meglio “salvando”, la vita di sette persone. Ma la struttura narrativa non è quella classica del dramma, ma si avvicina piuttosto ai canoni del “mistery” “Shyamaliano” (con tanto di rivelazione-sorpresa finale), pur escludendone la componente soprannaturale (anche se alcuni potrebbero vedere in Thomas-Smith una figura angelica). Così, per buona parte della pellicola lo spettatore “brancola nel buio”, cercando di rintracciare una spiegazione, di mettere assieme i vari pezzi del mosaico, incapaci di trovare una logica, nelle azioni del protagonista.
Una scelta originale e inaspettata quella del duo Muccino-Smith che, almeno in patria, è stata ripagata da recensioni al vetriolo e incassi inferiori alle aspettative (70 milioni di incasso contro i 160 de “La ricerca della felicità”). Peccato però che il film, soprattutto nella seconda parte, sconti qualche banalità e lungaggine di troppo. La “love story” tra Smith e la malata, ma egualmente bellissima, Rosario Dawson, non appassiona quanto dovrebbe, oltre ad essere decisamente scontata (non sarebbe stato meglio indagare più in profondità i rapporti del protagonista con qualcun’altra delle “sei anime”? Il personaggio del non vedente Woody Harrelson, per esempio, ha spunti interessanti, ma resta sempre in secondo piano), e il finale, per quanto necessario, potrebbe suscitare commozione o cinismo, a seconda della sensibilità dello spettatore. Ma anche così ci troviamo di fronte ad una pellicola curiosa, a suo modo singolare e fuori da ogni moda.
Libero dai qualunquismi delle sue opere italiane, Muccino (aiutato dall’eccellente comparto tecnico che ci si aspetta nella produzione di una major), non fa gridare al miracolo, ma continua a convincere maggiormente in terra straniera.
07/01/2009