Tra atmosfere post apocalittiche memori della trilogia di “Mad Max” (il deserto, le baracche in mezzo al nulla), “Blade Runner” e “Matrix” (nel design di Skynet, la città delle macchine), questo “Terminator Salvation” non inventa proprio nulla, ma è azzeccato il tono cupo, serioso e notturno (bellissima la fotografia desaturata di Shane Hurlbut), in linea con i tempi e con espliciti riferimenti al presente (confrontate gli scenari delle battaglie di questo “Terminator” con quelle del recente “The Hurt Locker” della Bigelow). Meno convincente è invece la sceneggiatura del duo Ferris – Brancato (riscritta più volte, tra gli altri pure da due golden boy come Jonathan Nolan e Paul Haggis), che arranca e non sa bene dove andare a parare. Cambia la fisionomia dell’azione, tant’è che pare più di assistere ad un film di “Guerre Stellari” che a un sequel della pellicola di Cameron (“la resistenza” alle macchine di “Terminator Salvation” sta ai “ribelli” in lotta contro l’Impero di “Star Wars”), ma il plot si riduce al salvataggio del giovane Kyle Reese, colui che nel futuro (o nel passato? Che confusione!) tornerà indietro nel tempo per salvare la madre di John Connor (anzi, finirà per concepirlo pure). Il resto è “solo” robusta azione, messa in scena dal mercenario McG (già dietro la macchina da presa per i due atroci film delle “Charlie’s Angels”) con indubbia professionalità e con ben pochi svolazzi autoriali (notevole solo il piano sequenza – digitale – della fuga di Connor in elicottero, nelle prime sequenze). Nonostante Christian Bale sia ancora una volta convincente nei panni dell’eroe senza molte certezze, spessore psicologico e ambiguità, sono riservate ad un unico personaggio, quello di Sam Worthington, un robot con il cuore di uomo che si strugge per una seconda possibilità. Tante figure femminili affollano il cast, interpretate da un cast di prim’ordine (Bryce Dallas Howard, Jane Alexander, Helena Bonham Carter), ma restano sempre sullo sfondo, appena abbozzate.
Tra vecchi effetti animatronici (il film è dedicato alla memoria del grande Stan Winston) e costose esplosioni digitali, il film intrattiene e non fa eccessivamente rimpiangere gli irraggiungibili capostipiti di Cameron, che, nonostante la ferrea volontà di tentare nuove strade, sono omaggiati a più riprese: “You Could Be Mine” dei “Guns ‘N Roses”, sorta di main theme del secondo episodio, è usata da Connor per attirare in trappola un robot, e nel finale c’è un cameo, forse dovuto, ma assolutamente gratuito, di Arnold Schwarzenegger. Ma non è veramente lui: è il suo volto, digitalizzato, ricostruito, e “inserito” sul corpo di un altro attore. Magie del computer; forse le macchine hanno già vinto.
03/06/2009