Veniamo al dunque, e all'”Uomo d’acciaio” diretto da Zack Snyder, ennesimo tentativo di riportare il pubblico in sala e farlo appassionare alle avventure dell’eroe-alieno creato da Jerry Siegel e Joe Shuster nel lontano 1932. Sotto gli auspici di Christopher Nolan, autore del soggetto originale e produttore, anche il supereroe americano per eccellenza si colora di toni dark e “realistici”. Il concept è infatti interessante: azzerata l’ironia dei film precedenti, e forte di un coté serioso e forzatamente epico, il nuovo Superman fa sue connotazioni politiche inedite nelle sue incarnazioni antecedenti. Kal-El arriva dal decadente pianeta Krypton, in cui una forma di governo “socialista” (all’estremo) ha decretato l’esaurimento delle risorse naturali e l’imminente auto disintegrazione del mondo circostante. Il destino dei Kryptoniani, concepiti in vitro (come gli umani di “Matrix”) è deciso da prima della nascita, il loro futuro è scritto nei loro geni e programmato da un deus ex machina. Il saggio Jor-El (Russel Crowe) sceglie però, prima che il tempo del suo pianeta giunga al termine, di inviare il proprio figlio Kal (la cui unicità è sottolineata dal fatto di essere stato concepito carnalmente) sul pianeta Terra, unico erede del patrimonio genetico kryptoniano, ma soprattutto libero di costruire da sé il proprio avvenire, e di guidare gli umani verso un futuro migliore. E quale nazione meglio degli Stati Uniti d’America può farsi portatrice di valori come libertà e democrazia? Il piccolo Kal-El è così accudito e cresciuto da una piccola coppia di agricoltori del Kansas, i Kent (interpretati da Kevin Costner e Diane Lane) che lo amano come un figlio vero, e gli inculcano una sana disciplina morale, come si conviene ad una famiglia dell’America profonda. Esortato a non utilizzare i propri straordinari poteri in pubblico per timore di essere rifiutato, Kal-El/Clark Kent dovrà affrontare il proprio passato e uscire allo scoperto davanti al resto dell’umanità quando il temibile generale Zod (Michael Shannon), ultimo superstite del suo pianeta natale, ne reclamerà il sangue e deciderà di trasformare la terra in una nuova Krypton, a costo di commettere un genocidio di massa.
Come il Batman di Nolan anche questo nuovo Superman (notare che il suo caratteristico nome non è mai pronunciato, se non in maniera scherzosa da uno speaker radiofonico nel finale) è un guerriero “politico”, che sceglie di affrontare la battaglia contro Zod e i suoi sgherri, emissari di una forma di governo violentemente “comunista”, scegliendo la via della democrazia e della pace (anche se, incredibilmente, nel finale non si tira indietro nemmeno davanti all’omicidio per far prevalere i propri ideali, una scelta che farà storcere il naso ai fan del fumetto). La prima parte del film è quindi quella più interessante e problematica, quella in cui Snyder ci mostra il percorso del protagonista, da esule spaesato e solitario, ad eroe popolare ed invincibile. Lo fa con uno stile piuttosto convincente, che mescola una struttura narrativa piena di flashback “ad incastro”, in cui la vita del giovane Clark è ripercorsa a ritroso, ad una messa in scena volutamente “sporca” e realistica, con tante riprese realizzate tramite macchina a mano, e una fotografia desaturata.
Quando il malvagio Zod arriva sulla Terra, aimè, il film cambia diametralmente direzione, e alle ambiguità politiche e allo spessore psicologico della prima ora, ne segue un altra (e mezza) in cui Snyder da libero sfogo a tutti i suoi insopportabili vezzi “autoriali”, gli stessi che avevano reso “Sucker Punch” o “300” episodi totalmente sgraditi: la sceneggiatura diventa mero optional e non si cura più di consequenzialità o logica, e a farla da padrone è un orgia di invadenti effetti digitali da collasso dei sensi. L’interminabile battaglia conclusiva contro il generale Zod non fa altro che riciclare le metafore visive post 11-9 di kolossal sci-fi come “The Avengers” e (soprattutto) “Transformers 3“, con una Metropolis-New York letteralmente rasa al suolo dalla lotta furibonda dell’alieno e dei suoi avversari. Tra grattacieli che crollano al suolo e strade divelte, la facilità con cui vengono messi in conto i “danni collaterali” della “giusta” lotta dell’uomo d’acciaio contro i suoi nemici ha qualcosa di inquietante e incredibilmente superficiale. Proprio Superman, l’eroe che più di tutti ha a cuore la salvaguardia della Terra e dei suoi abitanti. In questa carneficina audio-visiva perdono così spessore i temi trattati sinora, così come i personaggi, che nonostante il prestigioso cast (c’è anche Amy Adams nel ruolo di un’agguerrita Lois Lane) sono ridotti a macchiette insignificanti. Nelle quasi due ore e trenta di durata (immotivate) non v’è nessuna traccia di epica o coinvolgimento emotivo, ma solo lo sfoggio di una sterile tecnica, in cui vanno sprecati anche i punti a favore (come la percussiva colonna sonora di Hans Zimmer, che riesce a non far rimpiangere il celebre score di John Williams, o i costumi kryptponiani disegnati da James Acheson che riportano alla mente quelli di “Dune”).
Un’occasione sprecata, forse. Certo, gli incassi americani, sinora, paiono aver dato ragione a Zack Snyder e al suo film. E già si parla di sequel e crossover con altri supereroi, rincorrendo i successi della concorrente Marvel.
20/06/2013