Nelle mani del vecchio mestierante Joe Johnston (nel curriculum tanti film per famiglie, da “Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi” passando per “Jumanji” sino al terzo episodio di “Jurassic Park”), subentrato alla regia a Mark Romanek (talentuoso regista di videoclip che si è scontrato in innumerevoli problemi produttivi), questo “Wolfman” resta ancorato ai livelli di un (costoso, 150 milioni di budget) b movie: veloce, diretto, occasionalmente divertente (la fuga dal manicomio, con il conseguente inseguimento per le strade di Londra), gustoso in certe incursioni gore (sangue a litri, teste staccate di netto), piacevolmente retrò nel rinunciare (più o meno) al digitale imperante per affidarsi ai trucchi e al make up dell’esperto e pluri Oscarizzato Rick Baker. Ma è, appunto, un insulso, assolutamente inutile, guilty pleasure. Che è poi la medesima critica che si potrebbe muovere a “La leggenda di Sleepy Hollow” (lo sceneggiatore è lo stesso Andrew Kevin Walker), altro tentativo, relativamente recente, di rendere omaggio al filone gotico – horror degli anni d’oro della Universal – Hammer. Solo che in quel caso c’era il selvaggio e miracoloso talento visivo di Burton a fare da collante e a sopperire alle mancanze dello script; qui, manco quello.
La sceneggiatura di “Wolfman” (che oltre a A.K. Walker porta la firma pure di David Self, vedi “Era mio padre“) è quanto di più raffazzonato e superficiale si possa immaginare, e non fa che riproporre stancamente tutto ciò che il pubblico già sa dei lupi mannari (il rapporto tra la “bella e la bestia”, il conflitto tra scienza e paranormale, l’annunciata tragedia finale), senza nessun tentativo di ironia o attualizzazione (non si chiedeva la genialità di Dante, Jordan, o Landis, ma si poteva sperare in qualche incursione camp come in “Cursed“, no?). Del Toro si impegna, ma non riesce a dare spessore, ambiguità o tormento al suo Lawrence Talbot, che resta una macchietta senza spessore (lo stesso si dica di Anthony Hopkins, che gigioneggia senza ritegno), ed è più credibile quando si abbandona a ringhi e ululati sotto il pesante costume da mostro.
Tutto sommato “Wolfman” non è il disastro di cui va parlando la critica statunitense, ma senza dubbio di questa ennesima variazione sul tema del licantropo (e chissà quante altre ce ne aspetteranno dopo l’atroce “New Moon“) non se ne sentiva il bisogno.
18/02/2010