È il poeta considerato nella sua dimensione privata, intima e domestica quello che emerge da “Zvanì – Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli”. Il regista, Giuseppe Piccioni, rinuncia al biopic celebrativo in progress nell’intento di recuperare invece la cifra umana e artistica del poeta attraverso un lunghissimo flashback che inizia dal giorno delle esequie del protagonista. Così, mentre il feretro di Pascoli viene trasportato lungo la tratta ferroviaria che separa Bologna da Barga, luogo della sepoltura, Mariù, la sorella con cui il poeta aveva stabilito il sodalizio affettivo più profondo, a bordo del treno con congiunti e amici, rievoca la vita di Zvanì, il diminutivo d’infanzia del protagonista.
Prima di addentrarci nell’analisi del film, c’è da osservare che la scelta della narrazione per flashback, ancor più che alla messa in scena in sé, è decisamente congeniale a trasporre la poetica di Pascoli, che visse il presente con una tensione emotiva fortemente ancorata al passato, alla fanciullezza, agli affetti del “nido”. Fra i tratti biografici non poteva mancare l’episodio dell’uccisione del padre del poeta, rievocata quasi all’inizio del film, con crudo realismo, ma soprattutto ripetutamente aleggiante ogniqualvolta vengano citate le poesie che vi facciano esplicito riferimento, quali “X Agosto” o “La cavalla storna”. Fintanto che il racconto rimane sui binari della quotidianità familiare, il film decolla agevolmente, giacché i caratteri dei personaggi sono ben delineati. Quando però il protagonista ha a che fare con la realtà esterna al nido familiare, la ricostruzione oscilla tra il bozzettistico e il didascalico, ad esempio come nell’incontro con Carducci; quello con D’Annunzio presenta poi un problema di scrittura, in quanto prefigura uno scontro che si risolve in modo impressionistico e incolore.
“Zvanì – Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli” è un film che vive bene in interni, che gode degli spazi chiusi, delle atmosfere raccolte, dei silenzi domestici. Negli spazi aperti e nelle inquadrature che ci si aspetterebbe più dinamiche, perde invece d’intensità, giacché il protagonista è privo del giusto magnetismo per attrarre a sé lo spettatore come in altre pellicole dello stesso genere decisamente più riuscite, quali “L’amore e la gloria“, “Il cattivo poeta” o “Il giovane favoloso“. La Deledda di Perria, il D’Annunzio di Gianluca Jodice e il Leopardi di Martone, infatti, pur nel loro tormento interiore e nella loro solitudine, sono personaggi ben sfaccettati e che polarizzano l’attenzione.
Tornando al film di Piccioni, più in generale, la fotografia è laccata, i personaggi talvolta guardano in macchina e soprattutto la mimica del sorriso risulta a tratti cerimoniosa, affettata, ingessata. La sensazione dalla quale non si riesce a liberarsi è quella di trovarsi davanti a un’opera poco coraggiosa per uscire dagli schemi della fiction, della recita in costume, del prodotto televisivo. Restituire sul grande schermo la vita di un poeta e farlo dal punto di vista di un altro personaggio che ne legge le lettere può determinare distonie. La Mariù, passeggera del treno, che con supposto afflato mnemonico ripercorre le tappe della vita di Pascoli e contemporaneamente vede la madre rediviva prendere corpo al di là del finestrino è facile onirismo. Anche la confezione del tessuto musicale è a tratti discutibile: quando la banda musicale accoglie il feretro del poeta, si percepisce chiaramente la discrepanza tra il volume (bassissimo, come proveniente in lontananza) e l’inquadratura della fonte sonora (in campo medio, dunque ravvicinata). “Zvanì – Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli” è dunque un lavoro che mantiene solo in parte ciò che promette.
19/10/2025