Julia (che non sta attraversando un momento facile in famiglia, anche a causa di una tardiva e inattesa gravidanza che non suscita propriamente gli entusiasmi del compagno) si appassiona a questa storia, specie dopo che ha scoperto che i due figli piccoli degli Starzinsky non risultano nelle liste delle vittime. Che cosa sarà successo alla piccola Sarah e al piccolo Michel? Parallelamente alle ricerche di Julia, il film segue la rocambolesca fuga dai campi di prigionia della piccola Sarah (la vivace Mélusine Mayance) verso Parigi, verso la salvezza e verso la vita, portando sempre con sé una chiave che per lei (e non solo per lei!) ha una importanza vitale. Aiutata da un’anziana coppia (Niels Arestrup e Catherine Frot, entrambi bravissimi e toccanti), la bambina riesce a salvarsi; ma i fantasmi del passato e dei familiari portati via dagli orrori della guerra non se ne andranno mai. Julia, sempre più decisa a sapere come sono andate realmente le cose, si mette in testa di incontrare Sarah, ovunque lei si trovi.
A quasi dieci anni dalla vittoria a Cannes del “Pianista” (e a diciannove da quella di “Schindler’s List” agli Oscar) vedere film dedicati alla tragedia della Shoah è diventato frequente; ovviamente sarebbe irragionevole pensare ogni volta di trovarsi di fronte a risultati paragonabili a quelli raggiunti da Munk, Wajda, Resnais, Polanski o Spielberg; però anche opere minori possono avere un’utilità se non altro come documento storico, visto che la memoria di troppi gravi fatti che risalgono alla seconda guerra mondiale e alle persecuzioni naziste si è persa o si va perdendo, nonostante gli sforzi di molti (tra l’altro gli eventi cui si fa riferimento qui erano stati affrontati anche in “Vento di primavera” di Rose Bosch, grande successo ai botteghini francesi del 2010).
Sicuramente ben recitato (appare pure, in un piccolo ma importante ruolo, Aidan Quinn) e a suo modo coinvolgente, “La chiave di Sara” è un film forse troppo convenzionale per entusiasmare più di tanto, ma bisogna riconoscere a Pacquet-Brenner di avere svolto un lavoro diligente. Soprattutto lui e il suo co-sceneggiatore Serge Joncour hanno rappresentato in modo credibile le reazioni dei francesi di fronte alle varie violenze; questo vale sia per coloro che sono stati complici degli eccidi (i rastrellamenti parigini furono compiuti dalla forza dell’ordine cittadina), sia per quelli che sono rimasti indifferenti (la portinaia degli Starzinsky che assiste con malcelata sufficienza allo sfollamento del palazzo); ai quali si contrappongono tutte le persone che hanno cercato di aiutare (la guardia che permette a Sarah di scappare dal campo, i nonni “adottivi” della bambina). Non buoni da una parte e cattivi dall’altra, ma lampanti esempi di quella banalità del male, e del bene, che, come ci hanno insegnato, è vicina alla realtà dei fatti.
14/01/2012